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di Angelo Palmieri

orvietonews.it, 24 novembre 2025

C’è un contatore che gira in silenzio, lontano dai talk show: è quello dei suicidi in carcere. Da anni la cronaca restituisce un sistema penitenziario in affanno, sovraffollato, dove lo spazio si restringe, l’aria manca e la violenza cresce, rivolta contro gli altri o contro se stessi. Dentro questo orizzonte di crisi strutturale si inserisce una storia piccola, nata a Orvieto ma dal respiro più ampio. Un’esperienza che prova a scalfire l’idea di carcere come discarica sociale, come “istituzione totale” - direbbero Goffman e Foucault - che separa, isola, neutralizza non solo i corpi ma anche le parole. Ha un titolo semplice: “Io non sono qui”, la nuova serie di podcast di Radio Orvieto Web che ha portato i microfoni dentro la Casa di Reclusione, affacciata sul centro storico, incastonata nel tufo, a pochi metri dalle stesse vie attraversate ogni giorno da turisti e residenti: il carcere non come altrove, ma come parte viva del territorio.

Una cena, un terrazzo, una domanda - L’idea non nasce in un ufficio ministeriale, ma su un terrazzo di Orvieto, dopo cena. Andrea Caponeri, insegnante e voce di Radio Orvieto Web, reduce dal podcast “Busso co’ le piede” realizzato con Emilio Burli durante la campagna elettorale, si ritrova in quel clima di ascolto e relazione generato da conversazioni informali con i candidati sindaco. È lì che Selia Castellani, counselor, racconta la sua esperienza in struttura: colloqui, percorsi, frammenti di umanità intravisti nelle sezioni. A un certo punto nasce la domanda che accende il progetto: “Perché non facciamo qualcosa di simile con le persone detenute, ma dentro?”. Non un reportage sul crimine, ma un microfono portato dove la parola è sorvegliata e spesso fraintesa, per raccontare la Casa di Reclusione di Orvieto come frammento vivo della città. Da marzo l’idea prende forma, fino all’incontro con Paolo Maddonni, responsabile del settore educativo e formativo: la proposta viene accolta e quella porta si apre, fisicamente e simbolicamente.

Dal reato alla persona: “Chi sei?” - La prima scelta - profondamente politica, nel senso alto del termine - è metodologica: il focus non è il reato, ma la persona. Non: “Che cosa hai fatto per essere qui?”, bensì: “Chi sei?”. Da questo cambio di sguardo discende tutto. Le persone private della libertà non sono figuranti di un racconto già scritto: diventano co-autori. Partecipano alla costruzione del dialogo, decidono cosa raccontare, con quale tono, quali frammenti di sé consegnare a quella capsula sonora che uscirà dalle mura per arrivare agli auricolari della città. Si comincia in piccolo: sette, otto persone. Poi il passaparola: le voci diventano una ventina. Nei mesi estivi Selia entra in carcere, incontra, spiega, rassicura. Il podcast viene presentato non come indagine, ma come opportunità: prendersi, per una volta, il lusso di essere ascoltati senza essere interrogati.

Quando le puntate prendono forma, entra in scena il lavoro di Caponeri: montaggio, silenzi, una cornice sonora che non copre ma accompagna. Ogni episodio, prima di andare in onda su Radio Orvieto Web, viene fatto riascoltare alla persona protagonista. Non è solo una formalità: è un momento di verità. Sentire la propria voce “da fuori” significa spesso riconoscersi o scoprirsi di nuovo. Finora le reazioni - raccontano - sono di sorpresa, entusiasmo, commozione. Sapere che “là fuori” qualcuno tende l’orecchio a quelle storie, per chi vive in una cella, è già un varco simbolico: il muro non crolla, ma viene attraversato.

Orvieto come isola (relativamente) felice - Nel quadro di un sistema penitenziario nazionale segnato da sovraffollamento, suicidi e aggressioni, la Casa di Reclusione di Orvieto viene descritta dagli stessi detenuti come una “isola felice”: un istituto a custodia attenuata che negli anni ha investito in formazione e percorsi di reinserimento. Ma nessuna isola è davvero separata dal mare che la circonda. La relativa qualità del contesto locale non cancella la natura di fondo dell’istituzione né la fragilità di un impianto penitenziario che continua a oscillare tra retorica rieducativa e logiche securitarie. Per questo l’apertura della Direzione e del settore educativo alla proposta di un podcast va letta come un segnale prezioso, quasi controcorrente, dentro un sistema spesso ripiegato sulla sola dimensione custodiale. “Io non sono qui” diventa così un atto di resistenza civile: non contro l’istituto di Orvieto, ma contro l’idea di pena come fondo del cassetto dove infilare le vite che non vogliamo vedere.

Il microfono come gesto riparativo - In questo contesto, “avere voce” non è un vezzo: è un gesto riparativo. Vuol dire, anche solo per mezz’ora di audio, uscire dal fascicolo, dal numero di matricola, dalla condanna e tornare a essere qualcuno con una storia, sottraendosi a narrazioni che inchiodano una vita al reato. Il microfono diventa così uno strumento di libertà simbolica: non riscrive le sentenze né promette redenzioni facili, ma apre una fessura di riconoscimento, un luogo in cui la persona non coincide con la colpa. Dentro il carcere le registrazioni creano spazi di incontro autentico; fuori, chi ascolta non percepisce un “carcere” astratto, ma voci, timbri, esitazioni che restituiscono un’immagine del “dentro” ben diversa dalla sola cronaca nera.

Radio Orvieto Web e la politica dei margini - Al centro di tutto questo c’è una radio di provincia, Radio Orvieto Web, che dal 2008 sperimenta e dà cittadinanza mediatica a ciò che altrove non troverebbe spazio. Il presidente, Giacomo Maria Mencarelli, ascolta ogni puntata in fase di montaggio, suggerisce, corregge: una forma di “controllo qualità” che non è censura, ma cura artigianale. Il logo del podcast è firmato da Walter Leoni, illustratore e fumettista da anni sulle pagine di Linus: un tratto laterale ma preciso, che sposta lo sguardo anche visivamente. È un piccolo ecosistema di competenze, affetti, militanza culturale. E dice qualcosa di importante anche per Orvieto: non servono grandi budget per incidere sull’immaginario sociale. Servono alleanze tra chi, in un territorio, decide che il “dentro” non è un altrove, ma un frammento della comunità cittadina.

Le prossime brecce e una domanda che resta - L’esperienza non si considera affatto conclusa. Andrea e Selia immaginano nuove “brecce”: dare parola anche agli agenti di custodia, per raccontare la fatica di chi vive “dentro” dall’altra parte del corridoio; costruire un filo diretto tra dentro e fuori, con domande dei cittadini a cui rispondano le persone detenute; forse, un giorno, lasciare che qualcuno di loro faccia davvero il DJ per una sera, lanciando brani e pezzi di vita dal carcere. Non sarà semplice - serviranno autorizzazioni, risorse, alleanze - ma il solo fatto che queste idee circolino dice che l’istituzione totale comincia a misurarsi con pratiche che aprono varchi piccoli e tuttavia reali. In un Paese in cui del carcere si parla quasi solo davanti a una rivolta o a un suicidio, un podcast nato su un terrazzo di Orvieto è già una forma di politica concreta, che passa più dai gesti che dai decreti.

Se il carcere è davvero una cartina di tornasole della nostra democrazia, ciò che accade nella struttura penitenziaria non è solo una “bella storia” locale, ma anche un test su di noi: su quanto siamo ancora capaci di ascoltare chi è stato espulso dal consesso sociale e su quanto vogliamo che la struttura resti solo un luogo di segregazione o possa diventare, pur tra mille limiti, uno spazio in cui si organizza almeno un frammento di futuro. Un podcast, da solo, non cambia il mondo; ma in un meccanismo che produce afonia sociale, ogni timbro che riesce a bucare il muro è già una forma di disobbedienza. Forse è da qui - da una radio di provincia, da un carcere nel cuore di Orvieto, da una cena fra amici su un terrazzo - che può ripartire un’idea di giustizia meno spettacolare e più umana. A partire da una domanda semplice, che continua a risuonare dentro e fuori le mura: “Chi sei?”.