di Luciana Cimino
Il Manifesto, 19 agosto 2026
Confine umano Intervista al fondatore di Open Arms. “L’Europa non sta esternalizzando soltanto le frontiere ma anche le sue responsabilità”. Oscar Camps, fondatore di Open Arms (l’organizzazione non governativa spagnola che da 11 anni salva le persone in fuga che tentano di arrivare in un luogo sicuro attraversando il mar Mediterraneo) commenta il braccio di ferro tra i paesi europei sulle spalle dei migranti. La rifugiata somala che doveva essere espulsa oggi dalla Germania verso l’Italia riceverà “asilo ecclesiastico” dalla chiesa evangelica di Norimberga.
Ancora una volta le chiese o la società civile hanno dovuto proteggere un richiedente asilo...
Significa che qualcosa non funziona. Il diritto d’asilo non dovrebbe dipendere da chi ti trova, da chi ti difende o da chi è disposto a confrontarsi con un’amministrazione. I diritti umani sono universali proprio perché non dipendono dal passaporto, dalla frontiera né dalla convenienza politica di chi ne ha bisogno.
Oggi quanto valore hanno i diritti umani nella Fortezza Europa?
Sempre meno quando entrano in conflitto con l’obiettivo politico di impedire alle persone di arrivare in Occidente. L’Europa continua a parlare di diritti umani ma sta costruendo meccanismi per tenere le persone fuori dal proprio territorio e, quindi, lontane dalle garanzie giuridiche che dovrebbero proteggerle.
L’unica politica migratoria dell’Ue sembra essere l’esternalizzazione delle frontiere...
Meloni con gli hub in Albania non ha inventato nulla. Ha semplicemente portato fino alle estreme conseguenze una politica che l’Europa pratica da anni: pagare altri perché facciano il lavoro sporco lontano dalle nostre frontiere. Prima la Turchia. Poi la Libia, la Tunisia, il Marocco. Ora si parla di centri di rimpatrio in Paesi terzi. L’obiettivo è sempre lo stesso: impedire alle persone di arrivare sul territorio europeo, perché quando arrivano hanno diritti, possono chiedere protezione e l’Europa ha degli obblighi. Per questo dico che non stiamo esternalizzando soltanto le nostre frontiere. Stiamo esternalizzando le nostre responsabilità e, troppo spesso, anche le violazioni dei diritti umani. L’Europa paga, un altro paese trattiene, intercetta o respinge, e noi possiamo fingere che non sia capitato qui. È questo il vero successo del modello: allontanare le persone, ma soprattutto le nostre responsabilità.
A Ceuta sono emersi gli aspetti critici dell’approccio sovranista: le frontiere stanno dividendo l’Unione...
Ceuta ha messo a nudo una contraddizione enorme. Da anni l’Europa dice di voler riprendere il controllo delle proprie frontiere, mentre consegna quel controllo a Paesi terzi in cambio di denaro, accordi commerciali e concessioni politiche. Se paghiamo altri paesi perché facciano da guardiani delle frontiere europee, non stiamo recuperando sovranità. La stiamo cedendo.
I partiti di destra si vantano di aver ridotto gli sbarchi sulle coste europee, ma a quale prezzo?
Chi controlla il rubinetto può anche aprirlo. E quando succede scopriamo che quella che veniva venduta come una politica migratoria efficace era, in realtà, una dipendenza. E c’è qualcosa di ancora più grave: quando questo sistema fallisce, la risposta è sempre la stessa: più muri, più polizia, più espulsioni e la messa in discussione dei trattati di Schengen. Ma non ci si chiede mai perché abbiamo costruito un sistema che mette le nostre frontiere nelle mani di governi che possono utilizzare esseri umani come strumento di pressione politica. Ceuta non dimostra che l’Europa ha bisogno di frontiere più dure. Dimostra il fallimento dell’idea di trasformare la migrazione in una moneta di scambio e i nostri vicini in guardiani pagati della frontiera europea.









