di Giansandro Merli
Il Manifesto, 18 dicembre 2025
Parla il fondatore di Open Arms: “Non riprenderei le stesse decisioni. Non perché fossero sbagliate, ma perché oggi il messaggio è chiaro: chi si assume responsabilità umanitarie viene lasciato solo”. Oscar Camps, fondatore di Open Arms, ha lo sguardo amaro all’uscita dalla Cassazione. Anni di battaglie politiche e legali sono andati a sbattere contro la pronuncia definitiva degli ermellini. Lui, però, ha ancora in testa il ricordo di quei giorni, di quei 147 esseri umani bloccati per giorni sulla nave della sua ong senza vedere una luce in fondo al tunnel. Tanto che a un certo punto avevano preso a lanciarsi in mare, sperando di raggiungere le coste.
Questa decisione è una sorpresa?
No. È coerente con l’impunità. Non mi sorprende. In Italia come altrove, quando il potere politico usa l’immigrazione come arma, la giustizia finisce per chiudere un occhio. Davvero sorprendente sarebbe stato affermare chiaramente che trattenere le persone in mare è illegale.
Perché ha dichiarato che è una sentenza politica?
Perché avrà conseguenze politiche. Non cancella un passato sbagliato, ma può legittimare un futuro peggiore, autorizzando a chiudere i porti e trattenere persone. Il messaggio è chiaro: un ministro può usare le vite umane per ottenere voti, senza essere ritenuto responsabile. Significa legittimare l’uso della sofferenza umana come strumento politico.
In questa lunga vicenda legale cosa l’ha colpita di più?
Che l’inaccettabile sia diventato normale. Per giorni le persone sono state private della loro libertà in mare e il sistema ha trattato la questione come fosse soltanto di natura amministrativa. Il problema più grave è che il diritto marittimo e i diritti umani sono stati subordinati all’opportunità politica.
Tornando all’agosto 2019, prenderebbe la stessa decisione di non andare in Spagna per lo sbarco come voleva il Viminale?
No. Non lo farei. Non perché sia stato un errore allora, ma perché dopo cinque anni il messaggio è chiaro: chi si assume responsabilità umanitarie viene lasciato solo, senza giustizia, senza diritti. Nel 2019 ci si aspettava ancora che legge e giustizia limitassero l’abuso di potere. Oggi sappiamo che non è così. Non andare in Spagna via mare è stata una decisione presa per proteggere le persone vulnerabili quando gli Stati hanno fallito. Dopo quello che è successo, è chiaro che il sistema non protegge chi agisce in conformità con il diritto marittimo, ma piuttosto chi lo ostacola. Prendere la stessa decisione oggi significherebbe accettare un quadro in cui salvare vite umane ha un costo e violare i diritti non ha conseguenze. Questo è il vero fallimento degli ultimi cinque anni.
La decisione della Cassazione impatterà sul soccorso civile in mare?
Non sono un giurista, ma dopo questi anni di processo forse non è necessario esserlo per capire il messaggio che passa. Se un ministro può impedire uno sbarco, trattenere persone soccorse in mare e uscire indenne, l’effetto è evidente. Questa decisione non chiarisce il diritto: lo indebolisce. Non dice cosa è giusto fare in mare, dice cosa il potere può permettersi di fare. Per chi soccorre è un segnale dissuasivo. Per chi governa è un precedente pericoloso. Il rischio è che il Mediterraneo diventi uno spazio dove il diritto vale meno quando è scomodo. E in mare quando il diritto arretra le conseguenze non sono teoriche: sono vite umane.











