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Il Mattino di Padova, 23 febbraio 2015

 

A fine marzo c'è una scadenza che non interessa quasi a nessuno: è la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Non interessa a tante Regioni, che dovevano predisporre dei percorsi di cura e riabilitazione individuali, potenziando i servizi socio-sanitari territoriali, che servono a tutti i cittadini, e invece non hanno fatto quasi niente. Non interessa a tanta politica, che vive delle emergenze e non sa pensare a progetti proiettati verso il futuro. Non interessa a tanta informazione, che si è dimenticata in fretta di questi malati rinchiusi in strutture che di umano hanno ben poco, come certi Opg. Parliamone allora, per evitare che si faccia slittare ancora questa necessaria chiusura: noi da parte nostra cerchiamo di non dimenticare la scadenza del 31 marzo, proponendo ai lettori le riflessioni di due persone detenute, dedicate agli uomini rinchiusi negli Opg.

 

La morte di un "matto" fra le sbarre

 

Qualche giorno fa ho letto questa notizia sulla rassegna Stampa di Ristretti Orizzonti: "Un altro internato muore in cella come un cane (...) Lo hanno trovato immobile sul letto. Insospettiti dalla sua strana posizione, gli uomini della Polizia penitenziaria dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa non hanno potuto fare altro che accertare la sua morte".

E chissà perché quando muore un "matto" in carcere, che le persone perbene chiamano ospedali psichiatrici, mi incazzo di più. Forse perché nelle carceri ci si finisce perché lo vuoi tu o lo vuole la tua vita, invece nei manicomi ci vai da innocente perché lo vuole Dio o la natura per lui. Forse semplicemente quando muore un matto in carcere mi incazzo perché mi ricordo di quella volta, appena ventenne, che mi mandarono al manicomio dove mi riempirono di pugni nel cuore e calci nel corpo e mi legarono per lungo tempo al letto di contenzione. Fu lì che conobbi Concetto. Chissà se è ancora vivo. Non penso, almeno lo spero per lui. Probabilmente, a quest'ora, per sua fortuna, sarà nel paradiso dei matti. Spero solo che non sia morto legato nel letto di contenzione o con la camicia di forza.

Mi ricordo che Concetto per il carcere dei matti era un osso duro. E gli operatori del manicomio potevano fare ben poco contro di lui, perché lui non aveva più né sogni né speranze. D'altronde non ne aveva quasi mai avuti. Non c'era con la testa. Era quasi tutto cuore e poco cervello, ma era buono e dolce come lo sanno essere solo i matti. Non parlava quasi mai con nessuno. Lo faceva solo con me. Mi ricordo che Concetto viveva di poco e di niente. Il mondo non lo interessava più. Il mondo lo aveva rifiutato e lui aveva rifiutato il mondo. Non gli interessava neppure più la libertà perché lui ormai si sentiva libero di suo.

E non dava confidenza a nessuno, ma non gli sfuggiva niente. Concetto mi aveva raccontato che era cresciuto da solo. Senza nessuno. Prima in compagnia delle suore. Poi dei preti. La sua infanzia non era stata bella. Non aveva mai avuto famiglia. Nessuno lo aveva mai voluto. Nessuno aveva mai voluto stare con lui. Fin da bambino aveva imparato a tenersi compagnia da solo. Solo con il suo cuore. E con la sua pazzia. Neppure il carcere lo aveva voluto. E lo avevano mandato al manicomio. Si era sempre rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo.

E dopo si era rifiutato di sottomettersi all'Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) dei matti, per questo lo tenevano quasi sempre legato. Tutti pensavano che fosse pazzo da legare. Lo pensava pure lui. Io invece non l'ho mai pensato. E non l'ho mai dimenticato nonostante siano passati quarant'anni. Nel suo sguardo non c'era nessuna cattiveria, quella cattiveria che invece vedo spesso anche adesso nelle persone "normali". Spero che chiudano molto presto gli Opg perché non sono altro che luoghi di tortura. E chissà quanti Concetti ci saranno ancora dentro quelle mura.

 

Carmelo Musumeci

 

Quante persone in carcere avrebbero bisogno di cure psichiatriche!

 

Recentemente nel carcere di Padova un detenuto è morto. Il suo nome era Antonio Prandato. Sono nella mia cella e proprio in questo istante stavo pensando al fatto che non ho sentito parlare di lui al di là di questi muri, così ho pensato di farlo io. Qui da noi invece lo conoscevamo, lo conoscevamo anche perché tanti disagi, rabbia e risse nati nella sua sezione di recente hanno avuto origine dal fatto che Antonio stava male, e tardavano a intervenire. L'abbiamo detto quando abbiamo ricostruito quei fatti, e la realtà ci ha dato tristemente ragione: Antonio stava male, Antonio dopo pochi giorni è morto.

Io sono stato in sezione con lui... Antonio era un uomo di corporatura grossa, quando camminava aveva un passo lento e costante, ondeggiante e instabile. A volte le sue mani si chiudevano in un pugno la cui forza era visibile ad occhio nudo. Antonio era soprannominato "Babbo Natale" per la sua lunga barba grigia e il colore dei suoi capelli. Quando rideva sul suo volto si estendeva un sorriso fatto solo di gengive... non aveva neanche un dente.

Non mancava mai di scendere al passeggio, poteva anche esserci una temperatura al di sotto dello zero che lui con la sua camicia allacciata per metà e con sopra una giacca lunga, sporca e sempre aperta camminava attorno ai muri dell'aria. Parlava molto, ma lo faceva da solo. Era convinto che tutti lo volessero fregare in qualche modo. Era maniacale. Antonio era identificato da tutti noi come il pazzo che aveva ammazzato una lucciola. Ma Antonio non doveva essere in una struttura com'è oggi il carcere, però la seconda ipotesi che poteva esserci per lui era quella di diventare uno dei tanti uomini rinchiusi in qualche Opg.

Non sono in grado di dirvi cosa poteva essere meglio per lui perché gli Opg li identifico come l'inferno dantesco, vari gironi per ogni grado di dolore. Però sono certo di una questione, tra l'altro anche molto banale, so che qualcosa anche qui non ha funzionato e purtroppo ancora non funziona.

Nelle carceri c'è una grande presenza di persone che avrebbero bisogno di cure psichiatriche, ma quando si parla di "cura" non si può avere la presunzione di farla con qualche raro colloquio con uno specialista. Dal momento del nostro arresto la nostra vita è interamente nelle mani di altri uomini, io voglio però sottolineare la parola "uomini" proprio identificandoli come esseri pensanti. Allora quello che mi chiedo è: come può essere che gli uomini che hanno in mano le nostre vite non si pongano delle domande di fronte agli orrori che si vivono negli Opg, e anche nelle carceri?

Il 31 marzo è il termine dato per la chiusura degli Opg e la cessazione delle condizioni spesso poco umane nelle quali vivevano le persone rinchiuse lì dentro. Forse dopo tanti rinvii si arriva a una conclusione, ma c'è una parte di me che mi dice "aspetta a cantar vittoria". Forse è proprio la mia parte razionale che subentra a frenare il mio entusiasmo. Non so il perché, ma questo Paese sta diventando sempre più un Paese di rinvii.

Sono un recluso e vi posso dire che nei penitenziari c'è molta sofferenza e ci sono molti casi dove il carcere non serve a niente, per esempio questo credo sia il caso delle persone tossicodipendenti. Queste persone hanno bisogno di più cure e meno galera.

C'è una cosa che sto imparando in questa mia detenzione, i problemi vanno affrontati. Nella mia vita non l'ho mai fatto e quello che questo modo di vivere mi ha portato è un certificato con un fine pena datato 2037. Ma purtroppo vedo che chi dovrebbe decidere delle vite di tanti, come i politici che dovrebbero chiudere gli OPG, continua a rinviare, si rinvia sempre tutto fino a quando il problema non è più sostenibile e finisce spesso che le situazioni diventano scandali pubblici. Che poi mi chiedo quanto sia pubblico questo scandalo degli Opg, visto che se ne parla così poco.

Anche se siamo detenuti, abbiamo il diritto di essere curati in una maniera decente e che rispetti la dignità che appartiene ad ogni essere umano libero e non.

Aspetto con molta curiosità il 31 marzo per vedere se le parole dell'emerito Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha definito gli Opg come una situazione di "estremo orrore" e inconcepibile in qualsiasi Paese appena civile, sono state davvero ascoltate.

Nota: Nel Mattino di Padova dell'11 maggio 2011, nella cronaca del processo e della condanna di Prandato, si legge: "La pena a 10 anni, richiesta anche dal pubblico ministero Paolo Luca, Antonio Prandato la sconterà in un istituto idoneo e non in carcere". E invece, guarda caso, Antonio Prandato è morto in carcere.

 

Lorenzo Sciacca