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di Gabriele Romagnoli

La Stampa, 16 marzo 2022

Al bar si muore veramente, questa volta? O mentre a qualcuno particolarmente sensibile va di traverso il caffè perché “stanno morendo” prevale il coro che precisa: “Ma non per te”. Come nella canzone di Gianni Morandi del 1970, durante la guerra del Vietnam, esiste in noi che beviamo un aperitivo, andiamo al cinema, facciamo i bagagli per una vacanza un senso di colpa?

È lo scrupolo di pochi surclassato dal cinismo di molti o è un sentimento che si sta diffondendo? Come sempre bisogna posizionare l’argomento utilizzando le coordinate temporali e spaziali. Veniamo da un tempo malato. Abbiamo appena messo fuori la testa, seppur parzialmente coperta, ci siamo riaffacciati alla vita che era, riappropriandoci delle serate senza coprifuoco e dei luoghi in cui trascorrerle. Sediamo infine a teatro, allo stadio e dovremmo, proprio adesso, sentirci in colpa perché lo stiamo facendo? Ci sono casi in cui il problema “intanto in Ucraina” viene scavalcato, ma uno striscione ultrà è un caso estremo. Nella media l’inquietudine si profila, come un’ombra sulle luci appena riaccese. È un’empatia reale o di facciata? Lo stolido ascolta il richiamo come il bambino inappetente che non riusciva a capire perché dovesse sforzarsi per rispetto dei coetanei del Biafra. L’avvertito si rende conto, ma sospetta che il cordoglio si risolva in una clausola di stile. Se a fine mese la nazionale italiana di calcio dovesse perdere gli spareggi e non qualificarsi per i mondiali ci si guarderebbe dal parlare di “disastro”. Un’accortezza lessicale, volatile come il mantra del “dobbiamo sentirci privilegiati” che si scarica subito dopo aver solennemente annuito. Ma il tempo, il tempo scorre su tutte le pietre e su tutti i cuori. La partecipazione alla sofferenza altrui ha una curva simile a quella dell’utilità marginale decrescente. Consumandone in grande quantità poi comincia ad esaurirsi. Se davvero, come ha sostenuto un consigliere di Zelensky, ci sono possibilità di accordo, ma non prima di maggio, ci saranno scorte sufficienti per Pasqua?

Entra in gioco il fattore spazio. Il senso di colpa di questa parte di mondo per quel che accade in Yemen è praticamente zero. Eppure proprio ieri l’Onu segnalava che il conflitto ha prodotto una catastrofe alimentare portando alla fame acuta già 17 milioni di persone. Lontano, invisibile, già assente dalle rotte turistiche, sfondo di un film di Pasolini, ma nessuna immagine memorabile di bambini in guerra. L’Ucraina è più vicina, basta scavalcare la Polonia e ci siamo.

Ci abbiamo giocato contro ai mondiali, Shevcenko, la fatale Anastasiya del caso Sacchi, le gaffe nei programmi televisivi del pomeriggio: è riconoscibile, ci tocca. Non era ancor più vicina la ex Jugoslavia? Certo, ma quello era un conflitto localizzato, non generalizzabile. Una frantumazione, non un tentativo di espansione. Non implicava una potenza in grado di arrivare ovunque, una minaccia della storia che ci concerne, la Russia.

L’indifferente ai valori universali, quello per cui l’annientamento della libertà di uno non vale per tutti, può pensare che quanto accade a Kiev non lo riguardi, tuttavia sa di poter essere coinvolto. Non è la sua guerra, non nel suo nome, ma lo può diventare senza che si alzi da tavola e il suo nome può essere cancellato.

Ecco allora che, sospinta dalla paura, quella presenza si insinua: un retrogusto nel caffè, il timore di partire e non godersela, la risata che non scoppia in sala perché non è il momento di programmare film comici. “Stanno sparando” “Ma non a te”. Non adesso. Pensarlo è anche un modo per tentare di scongiurarlo. Il senso di colpa più profondo, quello inestirpabile, appartiene ai sopravvissuti a una tragedia. Agli spettatori, agli sfiorati s’addice il rispetto.