di Matteo Lorenzi
La Verità, 5 luglio 2024
Il sottosegretario alla Giustizia dopo l’approvazione del dl sul sistema penitenziario: “Nessuno sconto di pena, rendiamo effettivi quelli che già ci sono. Settemila detenuti possono andare in comunità: stipuleremo accordi”. “Da una parte c’era la proposta Giachetti, sostenuta dall’opposizione: aumentare gli sconti di pena per svuotare le carceri, senza far lavorare i detenuti. Il governo, invece, ha scelto il buonsenso: mettere chi sbaglia davanti alle proprie responsabilità, senza premi, ma assicurando a chi lo merita la possibilità di imparare un mestiere e riabilitarsi”. Con queste parole il sottosegretario alla Giustizia in quota Lega, Andrea Ostellari, ha commentato il nuovo decreto carceri varato dal governo. Una misura che, come spiega il sottosegretario, non contempla alcuno nuovo sconto di pena.
Della situazione riguardante le carceri italiane ne abbiamo parlato spesso, in questi mesi, in relazione alla vicenda di Ilaria Salis. Su che cosa interviene il nuovo decreto approvato dal Consiglio dei ministri?
“Il governo ha ereditato una situazione complicata sotto molteplici profili. Per troppi anni, per esempio, il tema delle assunzioni non è mai stato affrontato. Mi riferisco alla polizia penitenziaria, ma non solo: ci sono anche funzionari pedagogici, direttori, comandanti di istituto. Avevamo realtà prive del vertice di comando, una cosa inaccettabile. Ci stiamo muovendo per invertire una rotta che avrebbe portato il Paese al fallimento del sistema dell’esecuzione penale e in questo provvedimento non facciamo altro che confermare la nostra intenzione, innanzitutto con nuove e straordinarie assunzioni per quanto riguarda il corpo di polizia penitenziaria”.
Quante saranno di preciso?
“Mille come dotazione straordinaria per quanto riguarda gli agenti, più una serie di interventi che mirano a dare una soluzione anche a coloro che ricoprono un ruolo di dirigenza all’interno del corpo. Quello su cui, però, tutti si aspettavano risposte e su cui ci siamo concentrati, è la questione del carcere e dei detenuti. Penso, in particolare, ai temi della liberazione anticipata e dell’esecuzione esterna. Lo abbiamo voluto fare, però, con un messaggio chiaro: no agli sconti di pena, che sono solo un palliativo”.
Qual è la differenza rispetto al sistema precedente?
“Oggi, quando un soggetto è condannato in via definitiva, viene emesso un ordine di esecuzione in cui compare l’anno in cui si concluderà ufficialmente la pena. Con il nostro provvedimento, invece, nell’ordine di esecuzione ci sarà sia il termine ufficiale, sia la scadenza ridotta - secondo gli sconti già in vigore - in caso di buona condotta. Questa pena inferiore diventerà effettiva se il detenuto parteciperà a un serio percorso rieducativo. L’altro aspetto su cui incide la riforma sono i tempi. Oggi il tribunale, ogni semestre di pena maturata, deve valutare la liberazione anticipata, circa 45 giorni ogni sei mesi. Questo lavoro implica un numero di circa 220.000 fascicoli ogni anno. Con il nuovo procedimento, invece, la decisione sarà presa sempre dal magistrato ma solo quando viene richiesto, cioè quando, ad esempio, viene fatta istanza per ottenere un permesso premio o una misura alternativa. Se, invece, uno non chiede nulla rimane in carcere e, 90 giorni prima della scadenza già oggetto di detrazione, il magistrato di sorveglianza deciderà se concedere o no questa misura. In questo modo la valutazione diventa più facile, senza perdite di tempo e senza la produzione di fascicoli complessi, che sono una problematica per gli uffici e per il personale degli istituti. Si immagini 61.000 detenuti più altri 130.000 in esecuzione esterna ogni sei mesi. La nostra è un’operazione di snellimento della burocrazia che, di fatto, rende solo più effettivo ciò che oggi già c’è”.
Che impatto avrà questa nuova procedura sui detenuti?”se è vero che il 98% di chi partecipa ad attività formative e lavorative poi non delinque più, si capisce perché la strada giusta non siano gli sconti. In passato gli svuota carceri hanno sì tamponato il problema del sovraffollamento, ma hanno scaricato sulla comunità esterna soggetti che, avendo trascorso la detenzione guardando il soffitto, senza imparare nulla, si sono ritrovate a commettere gli stessi reati, rientrando poi nel sistema detentivo con maggiori restrizioni per l’aggravante della recidiva. La nostra misura, invece, rende giustizia agli stessi detenuti, i quali sapranno che comportarsi bene, imparare un mestiere e formarsi non è solo un beneficio intimo, ma qualcosa che conduce a una via d’uscita diversa”.
Secondo lei questa misura avrà un impatto anche sul sovraffollamento? Potranno uscire più persone?
“Le persone che potranno uscire dal carcere domani sono quelle che potevano uscire anche ieri. Noi abbiamo solo semplificato la procedura, oltre a fare un ulteriore investimento sulle comunità esterne. Queste potranno accogliere soggetti che già oggi potrebbero uscire a scontare la pena (subito almeno 7.000 detenuti), ma che non vedono una risposta positiva alla loro istanza perché magari manca un domicilio idoneo. Attenzione: noi non diamo le case a chi non le ha, ma impegniamo i detenuti in un percorso di vera rieducazione presso strutture in grado di offrire formazione e attività di lavoro, per garantire ai reclusi che vengono così responsabilizzati - un recupero effettivo, reale, dignitoso. Quindi sì, questa è una misura anche per combattere il sovraffollamento, ma non è una misura tampone”.
Quanto tempo servirà affinché questa riforma vada a regime?
“Direi un po’ di mesi perché, dal punto di vista tecnico, devono prendere forma tutte le strutture già attivate. Mi riferisco agli uffici ma anche alle comunità, già esistenti sul nostro territorio, che vorranno partecipare a queste procedure garantendo gli aspetti di cui parlavo prima. In passato ci sono stati provvedimenti simili che, però, hanno offerto soltanto il domicilio, con il risultato che i soggetti coinvolti non imparavano nulla. Quindi la novità è questa nuova visione, peraltro presente nei principi della nostra Costituzione”.
In conclusione, crede che le nuove assunzioni possano aiutare anche sul fronte dei suicidi?
“Sicuramente sì, ma la risposta del governo a questo problema è più ampia. Elencare solamente il numero totale di suicidi è un’operazione che non rende dignità a quelle persone, perché ogni suicidio ha una storia a sé e non è detto che dietro ci sia solamente il tema del sovraffollamento. La questione è molto più delicata e comprende molti aspetti, per questo abbiamo stanziato 5 milioni per figure come psicologi ed altri funzionari pedagogici”.











