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a cura di Valentino Maimone

La Ragione, 25 settembre 2024

Il protagonista di questa vicenda ha 30 anni. Ha trascorso 150 giorni in carcere da innocente. Ha chiesto 500mila euro di indennizzo per ingiusta detenzione, ne ha ottenuti 35.250. C’è un proverbio da voi che mi si addice: “La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”. La prima volta che l’ho sentito dire è stato a San Vittore, dove ero detenuto con l’accusa di aver ceduto a un tossicodipendente una dose letale di eroina che provocò la sua morte. Era stato il commento di un giovane che era in cella con me, dopo aver sentito il racconto della mia storia. Aveva proprio ragione: quella frase mi calzava a pennello.

Sono finito in carcere perché nell’ottobre del 2009 in provincia di Lodi un uomo era morto per un’overdose. Che cosa c’entravo con quella storia? Nulla, ma proprio nulla. Eppure, per colpa di alcune banali coincidenze, ci sono finito dentro con tutti e due i piedi. Due in particolare. La prima: a un amico della vittima mostrarono un centinaio di foto segnaletiche. Tra queste c’era anche la mia, archiviata nella caserma che stava indagando su quella morte. Tempo prima ero stato denunciato per un incidente stradale e per questo ero rimasto schedato. Così quell’uomo aveva puntato il dito sulla mia immagine: “È lui lo spacciatore egiziano”.

Sì, perché - tra le altre cose - sono originario della regione del Cairo. L’altra pazzesca coincidenza è stata che il mio cellulare si era agganciato alla cella telefonica corrispondente alla zona dov’era morto il tossicodipendente. Ma non sempre uno più uno fa due: durante l’interrogatorio di garanzia ho provato a spiegare al giudice che ero estraneo a quei fatti e che passavo da quelle parti per andare al lavoro. Nessuno mi ha creduto.

Soltanto al processo sono emerse tutte le fragilità dell’accusa. Il testimone si è rimangiato le sue parole e ha negato di riconoscermi come presunto spacciatore. Il mio avvocato ha dimostrato che la presenza del mio cellulare nel luogo dello spaccio appariva del tutto compatibile con il tragitto casa-lavoro che facevo ogni giorno.