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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 5 giugno 2022

Effetto Ucraina. Il segretario dem apre uno spiraglio in vista della votazione in Parlamento del 21 giugno. Nel giorno in cui Matteo Salvini annuncia di aver rinunciato definitivamente alla sua missione moscovita, Enrico Letta segnala un cambiamento di toni sulla guerra in Ucraina. Lo fa citando Alija Izetbegović, presidente della Bosnia Erzegovina ai tempi della guerra in ex Jugoslavia. “Crediamo sia importante sostenere con l’unità di tutti i paesi europei e con l’unità del paese lo sforzo per bloccare l’invasione russa - premette il segretario del Partito democratico - Ma dobbiamo cercare di far sì che si arrivi ad una pace, anche se non è proprio la pace completamente giusta”.

Dopo un paio d’ore. la precisazione via Twitter: Letta garantisce di voler continuare ad appoggiare l’Ucraina ma in qualche modo fa notare che anche che Izetbegović quando fece quella professione di pragmatismo si trovava alla testa di un paese aggredito. Il cambio di registro, insomma, sarebbe rilevante, anche perché il Pd fino a questo momento è stata la forza politica che con meno incertezza ha sostenuto la linea atlantista dell’appoggio militare all’Ucraina. “Se cadesse il governo adesso sarebbe brutta notizia - aggiunge Letta - Affronteremo il passaggio parlamentare consapevoli di questi rischi, siamo disponibili al confronto nel criterio generale della linearità con le scelte fatte finora e la solidarietà con i partner europei”. Segue attacco a Salvini, per aver “dato l’idea di un paese diviso” e scambio reciproco di promesse tra i leader dem e quello leghista: “Mai più al governo insieme”.

Agli occhi del Movimento 5 Stelle, si tratterebbe del primo passo verso la convergenza in vista del voto in aula del 21 giugno prossimo in occasione delle comunicazioni di Mario Draghi in partenza per il Consiglio europeo. I vertici grillini considerano che fino a quella data le cose possano evolvere dal punto di vista sia diplomatico che militare, dunque che si possa ragionare con il resto della maggioranza, e soprattutto con i promessi alleati del Pd, di una svolta dal punto di vista dei negoziati. Se i 5 Stelle dovessero fare asse solo con la Lega si romperebbe lo schema del fronte progressista. Il contrario di quello che Giuseppe Conte auspica, come confermano anche le polemiche interne delle ultime ore. Il leader viene attaccato in alcune chat, rivela l’Adnkronos, per il fatto che nel corso del suo tour elettorale per le amministrative di domenica prossima starebbe scientificamente disertando i comuni in cui il M5S corre in solitaria. “Pur di non scalfire il rapporto col Pd trascuriamo i nostri candidati”, dicono alcuni eletti. Conte è accusato di andare nelle città in cui “il M5S è praticamente inesistente”, in alcuni casi non corre col suo simbolo, ma “non va a sostenere chi si è dato da fare in questi anni”. Tra pochi giorni, il 7 giugno, il tribunale di Napoli dovrà di esprimersi ancora sulla regolarità del voto su statuto e cariche. Se gli infortuni processuali dovessero proseguire fino a rendere inutilizzabile l’involucro legale del M5S, si passerebbe al Piano B di una vera e propria Lista Conte. Non sarebbe soltanto un espediente formale: ci sarebbero inevitabili ricadute politiche.