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di Daniele Mastrogiacomo

La Repubblica, 16 febbraio 2023

I Paesi della regione puntano alla neutralità per motivi politici, ma soprattutto economici e commerciali. L’America Latina vuole la pace, non la guerra. Non è una questione ideologica legata al ritorno della sinistra nella maggioranza di Paesi della regione. Ha motivi diversi: punta alla neutralità, riesuma il vecchio fronte dei non-allineati. Per motivi politici, certo. Ma soprattutto economici e commerciali, di relazioni internazionali con i colossi del mondo. Se oggi vedono gli Usa non più come il gigante da cui dipendono e che, nel secolo scorso, ha finito per condizionare scelte imponendo spesso con la forza, con i golpe, gli stessi regimi, ma un partner commerciale, allo stesso modo guardano con interesse a mantenere saldo il rapporto con Cina, Russia, India e Sudafrica.

La proposta americana - Si spiega in questo modo il rifiuto zella proposta americana svelata la settimana scorsa dal generale Laura Richardson, capo del comando militare meridionale degli Stati Uniti: concedere all’Ucraina le vecchie armi russe attualmente in dotazione agli eserciti latinoamericani in cambio di quella nuove americane. La risposta è stato un secco no. Lo ricorda il Financial Times in un lungo articolo nel quale esamina le reazioni negative di tutti i governi sudamericani a cui era stata lanciata questa offerta. “Anche se finiscono come rottami in Colombia”, aveva risposto il presidente Gustavo Petro, “non consegneremo armi russe per farle portare in Ucraina e prolungare una guerra. Non stiamo con nessuna delle due parti. Siamo per la pace”.

Stessa risposta è arrivata da Inácio Lula da Silva. Durante la visita del cancelliere Olaf Scholz che lo sollecitava a inviare munizioni a Kiev ha replicato: “Il Brasile non ha alcun interesse a inviarle. Non vogliamo alimentare la guerra tra Russia e Ucraina. Il Brasile è un paese di pace, una parola che finora è stata usata pochissimo”. Così l’Argentina di Alberto Fernández: “Il nostro Paese non coopererà con la guerra”, si è sentito dire il cancelliere tedesco dal ministro della Difesa. “Non è appropriato cooperare inviando armi al conflitto in Europa”. Solo il presidente del Cile, Gabriel Boric, ha offerto il contributo del suo Paese. Ma per fini umanitari e sempre all’insegna della pace. “Siamo disposti a inviare una squadra di sminatori degli ordigni che punteggiano l’Ucraina”, hanno fatto sapere dal ministero degli Esteri.

Posizione equidistante - Il Continente latinoamericano sente lontana la guerra che scuote mezza Europa. La osserva con distacco ma anche con grande preoccupazione. Per le conseguenze che in parte ha già subito, soprattutto per l’inflazione non tanto sul piano energetico, e per le prospettive che comporterà nel futuro. La penuria di fertilizzanti ucraini non è una emergenza. Mantenere una posizione equidistante non espone i paesi a cambi nelle relazioni commerciali e industriali che potrebbero rivelarsi un vero boomerang. Persino Jair Bolsonaro, su posizioni opposte a quelle di Lula, è sempre stato freddo rispetto al conflitto in Ucraina. Anzi, se ha compiuto qualche gesto lo ha fatto nei confronti di Vladimir Putin: si è recato in visita ufficiale a Mosca alla vigilia dell’invasione russa. Una mossa fortemente sconsigliata da tutti i suoi collaboratori ma che l’allora presidente considerava di natura commerciale e non come attestato di solidarietà. Comunque andranno le cose nel conflitto, tutti i paesi della regione hanno interesse a non rompere le relazioni con la Russia.

Le armi russe ancora efficienti - Prendere una posizione netta alienerebbe loro anche i rapporti con gli altri grandi attori internazionali, come la Cina e l’India e lo stesso Sudafrica che restano neutrali. Il Financial Times ha cercato una replica al rifiuto interpellando la stessa Richardson. La risposta è stata una non risposta: “La nostra politica”, ha detto, “è quella di non rilevare i dettagli delle discussioni private in corso coni nostri partner democratici, discutere i dettagli sulle risorse di difesa di altre nazioni sovrane, o speculare su un eventuale sostegno all’Ucraina”. Eppure, la richiesta Usa non è peregrina. Gran parte dei Paesi dell’area possiede armi preziose per l’Ucraina. Il Cile e il Brasile usano entrambi i carri armati Leopard di fabbricazione tedesca che Kiev cerca disperatamente e che Berlino ha concesso, dopo molta resistenza, a partire dalla fine di marzo. Colombia, Perú, Argentina, Messico, Brasile e Ecuador posseggono tutti elicotteri da trasporto Mig e alcuni missili terra-aria e anticarro di fabbricazione russa. Sono compatibili con quelli usati dall’esercito ucraino. Il Perú, inoltre, avrebbe acquistato jet militari Mig o Sukhoi perfettamente funzionanti.

Condanna unanime dell’invasione - Ma il problema resta identico: evitare di schierarsi per non pagarne le conseguenze in futuro. Nonostante la condanna unanime per l’invasione esiste anche una tradizione neutrale, di non ingerenza, che caratterizza la maggioranza dei paesi latinoamericani. “Inviare armi”, conferma al quotidiano britannico Marcelo Ebrard, ministro degli Esteri messicano, “non mi sembra neanche molto intelligente. I costi saranno alti per l’Unione Europea, per la Russia e in certa misura per tutti gli altri. L’America Latina guarda alla pace, cerca di immaginare a una soluzione politica più che militare del conflitto”. La collega della Colombia, la ministra degli Esteri Maria Angela Holguín, è convinta che “la regione sta tornando alla sua posizione non allineata. I paesi sentono che Russia e Cina in futuro potrebbero offrire loro un utile supporto se si allontanano dagli Usa. Non vogliono entrare in conflitto con due importanti partner economici e commerciali”.

Il rilancio dei Brics - Celson Amorim, ascoltato consigliere di Lula, già ministro degli Esteri nei precedenti governi del neoeletto presidente, non fa mistero del nuovo progetto globale del leader della sinistra brasiliana: “Il Brasile viene indicato da numerosi paesi come possibile intermediario per il suo ruolo nei Brics. Non vuole squalificarsi da qualsiasi negoziato che potrebbe intraprendere”. L’obiettivo primario resta la pace. “Dobbiamo pensare a come raggiungere i negoziati”, aggiunge Amorim. Una posizione largamente condivisa dalla popolazione dell’America Latina: il 73 per cento, secondo ultimi sondaggi, boccia un sostegno militare all’Ucraina. “Non possiamo permettercelo, dobbiamo fare i conti con la grave crisi economica”.