di Errico Novi
Il Dubbio, 20 aprile 2026
Nei lunghi mesi che hanno preceduto il referendum ci siamo impegnati con ogni sforzo possibile nel presentare la separazione delle carriere come un’occasione pacificatoria. Non solo all’interno del processo, fra accusa e difesa, ma anche rispetto alla vita democratica complessivamente intesa. Riportare su un piano di equilibrio l’attuale strapotere del pm, con una riforma che liberasse il giudice dal timore di una carriera condizionata dal partito delle Procure, egemone nell’Anm e dunque nel Csm: abbiamo cercato, da queste pagine, di ricordare che cogliere un obiettivo del genere avrebbe fatto bene alla democrazia, perché avrebbe cominciato a stemperare la degenerazione mediatica della giustizia penale, e la conseguente delegittimazione della politica per via giudiziaria. Ne sarebbe derivato, forse nell’arco di decenni, un migliore equilibrio fra politica e magistratura e, quindi, fra politica e opinione pubblica.
Non è servito, e anzi forse una parte degli elettori che hanno votato No è stata fortemente motivata proprio dalla possibilità che la riforma “salvasse” la cosiddetta casta dei partiti dall’aggressività di cui oggi i pm sono dotati. L’antipolitica, in questo Paese, resta più forte di tutto.
Ciò non toglie che il problema di una giustizia ridotta a campo di battaglia resti. E che se i prossimi trent’anni dovessero assomigliare a quelli trascorsi a partire da Mani pulite, i rischi per la tenuta democratica sarebbero fatali. Ecco perché abbiamo pensato di dedicare questo intero “Dubbio del lunedì” alle riflessioni di Giovanni Maria Flick. Il presidente emerito della Consulta predice infatti un futuro, per la giustizia, aggravato da altre minacce, e in particolare dall’invadenza della tecnologia. Sia per una generale deriva legata alla possibile disumanizzazione del processo, sia perché, ed è il rischio più grave, l’IA, l’algoritmo che si fa giudice e, peggio, pm robot, rischiano, è la lucida intuizione di Flick, di creare un “digital devide giudiziario”, a danno dei meno abbienti, di chi non potrebbe avere adeguato accesso ai nuovi strumenti tecnologici. Se si vuole evitare uno scenario del genere, non si sa se più distopico o inevitabile, bisogna affidarsi, per il presidente emerito della Corte costituzionale, anche alla leale collaborazione fra avvocatura e magistratura. Insomma: le minacce che incombono sul processo del futuro devono convincere le sue parti a quella pacificazione che qui, dalle colonne del Dubbio, si è sperato potesse prodursi con la separazione delle carriere.
Questo insolito saggio sotto forma di intervista è un’anticipazione del discorso che Flick pronuncerà venerdì prossimo a Palazzo della Consulta, nell’ambito delle celebrazioni per i primi settant’anni della Corte. Abbiamo pensato che l’auspicio di lunga vita a uno dei due supremi organi di garanzia - il primo è il presidente della Repubblica - potesse tradursi anche in speranza che le ombre della giustizia siano comunque allontanate, in un sussulto di passione democratica e civile. Non sapremmo dire se il discorso che leggerete qui è ottimista. Di certo, a noi è sembrata una delle ultime possibilità a cui aggrapparsi.











