di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 30 gennaio 2026
Detenuto suicida dopo la chiusura dell’ala di “alta sicurezza” e la decisione del suo trasferimento. Sono tre le interrogazioni parlamentari alle quali il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrà rispondere per chiarire le circostanze che hanno portato al suicidio Pietro M., 73 anni, detenuto in carcere al Due Palazzi di Padova. L’uomo tra martedì e mercoledì si è tolto la vita nella sua cella all’interno del reparto di Alta sicurezza del penitenziario padovano. Era l’alba del suo trasferimento in un’altra struttura, dopo 19 anni passati a Padova e dopo un lungo percorso riabilitativo che lo aveva portato a lavorare in un laboratorio di cucito con buoni risultati. Al detenuto, ergastolano in cella dal 1998, non era stata nemmeno comunicata la destinazione finale.
La deputata Stefania Ascari del M5S in commissione giustizia, antimafia e femminicidio, la deputata Ilaria Cucchi di Avs, senatrice di Avs e vicepresidente della Commissione giustizia del Senato e la deputata veneta del Partito democratico Rachele Scarpa, pretendono chiarezza con tre interrogazioni.
Il documento depositato ieri dalla deputata dem veneta ripercorre la vicenda partendo dalla decisione del Dap 8dipartimento amministrazione penitenziaria) di declassare la sezione del carcere di Padova da Alta sicurezza a Media sicurezza (permettendo così la detenzione del doppio dei detenuti, da 25 a 50), e che si inserisce una razionalizzazione dell’intero comparto carcerario italiano. Tutto questo però, sottolinea Scarpa, non può avvenire a scapito della salute mentale del detenuto e del suo percorso verso la riabilitazione prevista tra i diritti costituzionali.
La morte di Pietro M. ha provocato un’ondata di reazioni che chiamano in causa il senso stesso della pena e le recenti scelte dell’amministrazione penitenziaria. Il sindaco di Padova Sergio Giordani ha voluto innanzitutto restituire identità alla vittima: “Pietro M. è il nome del detenuto in alta sicurezza che si è tolto la vita. È necessario partire da un nome e da un volto per riflettere correttamente su quanto accaduto”. Il primo cittadino ha richiamato con forza il ruolo del volontariato e del Garante dei detenuti, ricordando che “da alcuni mesi denunciano la progressiva chiusura delle sezioni di alta sicurezza, in un processo di sempre maggiore separazione di queste persone dal resto della vita del carcere”.
Persone “spesso anziane, ergastolane, che a Padova avevano trovato una seconda casa e una seconda chance”. Il trasferimento improvviso, “arrivato senza preavviso, è giunto come l’ultimo segnale di un definitivo cambiamento del loro percorso di pena”. Per Giordani, questa morte è “un invito a riflettere tutti, senza pregiudizi”. Dure anche le parole del dem padovano Andrea Micalizzi, vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto: “Spostare una persona detenuta in questo modo significa spezzare un equilibrio fragile e interrompere un percorso di reinserimento. Le persone non sono pacchi da spostare”.
Ha quindi annunciato un’interrogazione alla Giunta regionale e una lettera al Garante regionale. La Camera Penale di Venezia, in un documento ufficiale, parla apertamente di “tragedia annunciata”. Il 73enne, detenuto da 19 anni e inserito da 13 in un progetto di lavoro in cooperativa, avrebbe ricevuto “senza trasparenza e motivazioni” la notizia del trasferimento. Secondo i penalisti, il provvedimento del Dap rappresenta “la cancellazione deliberata della funzione rieducativa della pena e una regressione trattamentale in palese violazione dei principi dell’ordinamento penitenziario”. “Un trasferimento improvviso - concludono - può distruggere quel minimo di certezze, abitudini e relazioni costruite faticosamente nel tempo”.











