di Luca Preziusi
Il Gazzettino, 21 febbraio 2026
“Non chiediamo detenuti d’élite, ma bisogna costruire dei percorsi e Padova deve restare un modello. Se al posto dei reclusi dell’alta sicurezza arrivano altri che devono scontare pene di pochi mesi, rischiamo di diventare un carcere comune”. Parola di Rossella Favero di Ristretti Orizzonti. Dopo l’improvviso trasloco dei 22 detenuti dell’alta sicurezza, il suicidio di uno di loro e le tanti manifestazioni di dissenso da parte di terzo settore e guardie penitenziarie (con tanto di benedizione del Vescovo Cipolla), i volontari di Ristretti Orizzonti hanno incontrato mercoledì scorso a Roma i vertici del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che quella decisione l’ha presa più di 11 anni fa declassando il Due Palazzi, ma l’ha messa in pratica il 28 gennaio scorso senza nessun preavviso. Neanche la direttrice del carcere Maria Grazia Lusi sapeva nulla di quella che è stata definita “deportazione”.
A Roma ad accogliere gli esponenti dell’associazione che edita il giornale del carcere Due Palazzi da ormai 25 anni, c’erano Stefano Carmine De Michele ed Ernesto Napolillo, rispettivamente capo e direttore della direzione degerale detenuti e trattamento del Dap, i due dirigenti che hanno firmato il carteggio nei mesi precedenti al trasloco, evidenziando anche come eventuali trasferimenti sarebbero dovuti essere gestiti con grande delicatezza da parte di tutti per tutelare i detenuti. E invece proprio loro hanno poi ordinato lo sgombero dei 23 detenuto del circuito di Alta sicurezza del Due Palazzi nel giro di 24 ore.
Nella notte dello spostamento, uno di loro, Pietro Marinaro, si è tolto la vita. Il giorno dopo anche un altro detenuto (non trasferito e non dell’Alta sicurezza) ha compiuto lo stesso gesto. Questo ovviamente ha creato allarme, tant’è che all’alba di quei giorni davanti al carcere c’è stata la mobilitazione del terzo settore, alla quale hanno partecipato anche le guardie penitenziarie, l’amministrazione comunale e il Vescovo, Claudio Cipolla.
In prima linea Ristretti Orizzonti, che in settimana è stata a Roma: “Abbiamo fatto questa richiesta ai vertici del Dap perché Padova deve conservare gli standard di carcere modello - spiega Rossella Favero. Il nostro lavoro è quello delle altre realtà ha l’obiettivo di far redimere i detenuti, la vera essenza della detenzione. Ma per mantenere questo modello bisogna avere reclusi per almeno 4 o 5 anni. E questo non dipende, come sostengono i malpensanti, dal fatto che altrimenti non lavoreremmo noi, ma perché noi offriamo un’esperienza che non si fa da nessun’altra parte, che funziona e porta risultati”.
Oltre a questo tema il coordinamento di Ristretti Orizzonti ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della casa di reclusione di Padova, da istituto innovativo nell’ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo. I volontari di Ristretti Orizzonti hanno documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell’Alta Sicurezza trasferita: molti, tra l’altro, avevano anche dei permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all’esterno: “Ci sono stati dedicati tempo e attenzione e il confronto è stato ricco e intenso - raccontano Ornella e Rossella Favaro, insieme ad Attilio Favero storico referente di Ocv e Gianluca Chiodo.
Il tema Alta Sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale. È emersa l’ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra Dap e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia. Abbiamo poi l’accordo sull’importanza di favorire l’accesso alla reclusione di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che rendono la casa di reclusione un modello di rieducazione a livello nazionale”.









