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di B.A.*

Il Mattino di Padova, 7 febbraio 2026

La testimonianza di un detenuto del Due Palazzi dopo i recenti casi di suicidio nell’istituto di pena: “I processi durano troppo e le condizioni carcerarie sono spesso indegne, soprattutto d’estate”. Ogni giorno, dietro le sbarre, c’è chi pensa di farla finita. Muri di cemento, sbarre, corridoi senza fine: spesso non si vede nulla oltre un pezzo di cielo. E nelle ultime settimane altre vite giovani si sono spezzate. Vite che forse si potevano salvare. Vittime di un sistema giudiziario lento, burocratico, e troppo spesso disumano. Quasi la metà delle persone detenute è ancora in attesa di giudizio. Vive in un tunnel senza luce, schiacciata da anni di attesa e da spese legali ormai insostenibili. Difendersi è diventato un lusso. E quando la difesa diventa impossibile, la speranza si spegne. Il pianeta carcere è sovraffollato, al collasso.

Si parla di indulti che non arrivano mai, o che arrivano solo per pochi, con numeri simbolici. Intanto una domanda resta sospesa: chi ha interesse a tenere dentro più persone possibile? Chi trae beneficio da una detenzione senza limiti? Il Ministero? Gli avvocati? O le aziende che sfruttano il lavoro carcerario, pagando compensi irrisori, sufficienti appena alla sopravvivenza? I detenuti restano invisibili. Dimenticati. Intrappolati in un sistema che troppo spesso sembra aver dimenticato il diritto. Chi li ascolta? Con chi possono parlare?

Gli assistenti sociali sono pochi e sovraccarichi. Le guardie sono insufficienti, costrette a turni oltre ogni limite. La carenza di personale incide su tutto: dalle ore d’aria ai colloqui, fino ai permessi di uscita che vengono negati non per ragioni di giustizia, ma per mancanza di risorse. Molti detenuti non sanno nemmeno perché stanno scontando pene così lunghe. Processi interminabili, interrogatori superficiali, videoconferenze che sostituiscono il confronto umano. Spesso la sensazione è che la decisione sia già stata presa, prima ancora che la persona possa raccontare la propria versione dei fatti. Ci sono pene durissime, paragonabili a quelle per reati di mafia, inflitte anche a chi non è mai stato arrestato prima, a chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Condanne di dodici, quindici, vent’anni.

Anni che diventano un fiume di dolore, soprattutto per chi ha figli. C’è chi resiste per loro. E c’è chi, disperato, arriva a pensare di togliersi la vita “per non essere un peso”, per non diventare una vergogna. Alla fine, chi li ascolta davvero? Ti trovi dentro e non sai il perché. I processi durano troppo, le condizioni carcerarie sono spesso indegne, soprattutto d’estate: caldo insopportabile, spazi sovraffollati, condizioni che ricordano più un allevamento che uno Stato di diritto. Tutto è una lista d’attesa: per una visita medica, per un dentista, per lavorare, per qualsiasi cosa.

“Sei in lista”. Come se la vita non li avesse già messi abbastanza all’angolo. Con questa lettera voglio dare voce a chi non ne ha. Voglio che il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia guardino in faccia questa realtà. Non dai loro uffici, ma entrando nelle carceri, parlando con le persone, mandando ispettori a verificare cosa accade davvero. Serve anche il coraggio di dire che chi giudica deve poter essere giudicato. Gli errori professionali, la fretta, la superficialità nei processi hanno conseguenze devastanti: portano persone dietro le sbarre per anni.

Il cielo è azzurro per chi ha speranza. E spesso la speranza ha un prezzo: i soldi per un grande avvocato. Per molti altri il cielo è grigio. Non vedono la luce in fondo al tunnel. E poi arrivano le notti buie. Quelle in cui un corpo resta appeso. O le albe in cui qualcuno non si sveglia più. Scene che sembrano uscite da un film horror: agenti che corrono, ispettori che cercano di rimediare all’irreparabile. Ma chi resta, chi trova quel corpo, chi vive quelle immagini… come continua a vivere? Davanti a questi scenari, lo Stato può davvero voltarsi dall’altra parte?

I compagni di cella che hanno incubi, e tutti gli altri a seguire. È inutile, ogni volta che succedono eventi di questo tipo, fare riforme per cambiare stanze, piani o compagni, o far sì che uno psicologo ti assista solo per pochi giorni. Di notte, la scena è terribile. Al personale penitenziario, e soprattutto a chi assiste a scene di questo genere, deve essere garantita una tutela psicologica continuativa; in particolare, gli agenti andrebbero seguiti e dovrebbero poter usufruire di una pausa per lo stress eccessivo.

Nonostante i loro problemi personali, loro cercano di restare umani, a differenza di chi li gestisce come se fossero dei robot severi. Date speranza ai casi che devono essere rivalutati. Date condizioni che permettano di sopportare questa pena e, soprattutto, offrite un ascolto serio e decisivo per tutti. Forse il “pianeta carcere” non cambierà nome, ma deve essere garantita una maggiore leggerezza e una dignitosa sopravvivenza.