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di Edoardo Pittalis


Il Gazzettino, 18 dicembre 2020

 

È morto a causa del Covid a Padova il serial killer Donato Bilancia, 69 anni, condannato a 13 ergastoli per aver commesso una serie di 17 omicidi fra il 1997 e il 1998 in Liguria e nel basso Piemonte, in un arco di tempo di 6 mesi. Oltre agli ergastoli Bilancia doveva anche scontare 16 anni di reclusione per il tentato omicidio di Lorena Castro.

Uno dei serial killer più spietati nella storia criminale italiana sparisce nella notte della pandemia. Ha ucciso 17 volte in sei mesi, tra l'autunno del 1997 e la primavera del 1998, tra la Liguria e il Piemonte. Ha lasciato una scia di orrore, seguendo i fantasmi malati di una vita aggrappata al denaro e al sangue. Per molti anni Donato Bilancia era stato un ladro di quelli che non tradiscono, un giocatore d'azzardo che aveva sempre pagato i debiti. Una giovinezza tra arresti e evasioni, bische clandestine e cattive compagnie. Poi di colpo a quasi cinquant'anni si trasforma in un mostro imprendibile che uccide a ripetizione e sfida le forze dell'ordine. Quando lo arrestano, davanti all'ospedale di Genova, non reagisce, allunga le braccia per le manette e una volta davanti al giudice incomincia a parlare, racconta tutto, anche quello che gli inquirenti non sanno, si incolpa di un delitto che era già stato archiviato come suicidio.

Donato Bilancia nasce a Potenza nel 1951, figlio di un impiegato che trasferisce la famiglia prima ad Asti, poi a Genova. Un padre duro che espone sul balcone il materasso del figlio che fa pipì a letto: "Ricordo che morivo di vergogna", scriverà dal carcere in una serie di lettere allo psichiatra veronese Vittorino Andreoli. Un rapporto difficile che Donato rompe presto, lascia gli studi, fa il barista e il meccanico, ma soprattutto fa il ladro e si fa chiamare Walter per rifiutare anche il nome di famiglia. Lo arrestano un paio di volte, fugge, ci ricasca. Esce indenne da un brutto incidente stradale, dopo giorni di coma. Qualcosa si è rotto, ma per la polizia è ancora un ladro di quelli con un loro codice. Però si rompe un altro pezzo della sua vita, il fratello Michele in un giorno del 1987 si toglie la vita e lo fa in un modo terribile: stringe tra le braccia il figlioletto di quattro anni e si getta sotto il treno che arriva in stazione a Genova.

Poi nell'ottobre del 1998 Bilancia incomincia il suo cammino di serial killer, uccide il biscazziere Giorgio Centenaro che lo avrebbe imbrogliato al tavolo da gioco. Bilancia lo soffoca a mani nude, gli copre la bocca con un nastro adesivo e si allontana. Gli inquirenti archiviano frettolosamente come suicidio. Pochi giorni dopo uccide una coppia di biscazzieri, marito e moglie; questa volta usa la pistola, una calibro 38, e porta via 13 milioni e mezzo di lire, la sua posta. Ormai è incontrollabile nella furia omicida, gli basta vedere una divisa per sparare e ammazzare: Giangiorgio Canu viene ucciso solo perché è vestito da metronotte.

Ma nessuno ancora ha capito che quei delitti sono collegati, si pensa a bande che vogliono il controllo del racket. Il 27 ottobre la calibro 38 spara di nuovo: due orefici, marito e moglie, sono rapinati e ammazzati nella loro casa; il cambiavalute Luciano Marra è ucciso e derubato di 45 milioni di lire. Uccide un altro cambiavalute a Ventimiglia e per la prima volta un testimone parla di una Mercedes nera.

Ma ancora le indagini non collegano queste morti e Bilancia è abile a cambiare obiettivi. A marzo si trasforma nel killer delle prostitute: prima spara a un'albanese, pochi giorni dopo a un'ucraina. Si apparta con un transessuale, Lorena Castro, che riesce a fuggire dalla macchina proprio mentre sopraggiungono due metronotte. Bilancia spara e li ammazza, insegue Lorena e le spara. La crede morta e passa a dare il colpo di grazia ai due vigili notturni. È il suo primo errore: Lorena sopravvive, lo descrive, indica con precisione il modello dell'auto, una Mercedes 190 di colore nero. Quando spara a una prostituta nigeriana, il RIS di Parma accerta che a uccidere è sempre stata la stessa pistola.

C'è qualcosa che non funziona nelle indagini, la rete è troppo larga, Bilancia ha spazi per muoversi e si trasforma un'altra volta: ora sale sui treni nelle tratte ligure a caccia di prostitute. Il mese di aprile spara e uccide tre volte, nei bagni del vagone, sfonda la porta, violenta, ammazza, scappa. Per completare uccide anche un benzinaio che voleva fargli pagare il pieno. Si è anche disfatto della Mercedes, l'ha venduta a un amico che si ribella alle troppe multe che gli tocca pagare. Bilancia aveva un'abitudine, in autostrada si accodava all'auto che passava al casello e transitava senza pagare. Dalle foto della targa è facile risalire all'auto segnalata in tante scene del crimine. Manca il dna dell'assassino, ci pensano due carabinieri in borghese che seguono Bilancia in un bar, aspettano che beva il caffè e sequestrano la tazzina. Lo processano per 17 omicidi e un tentato omicidio, lo condannano a 13 ergastoli e a 16 anni per il tentato omicidio. Il suo avvocato Barbara Cotrufo fa capire che forse l'ergastolano aveva visto nella malattia il solo modo per uscire da una vita sbagliata.