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di Pamela Ferlin

Corriere del Veneto, 19 maggio 2022

Carlo Mazzeo dal 2018 dirige il Due Palazzi di Padova. “Nel reinserimento, il lavoro un tassello fondamentale contro la recidiva”. La redenzione che passa attraverso il lavoro. La difficoltà di farsi accettare una volta “fuori”.

E poi l’amore, che esiste e va gestito anche “dentro”, senza ipocrisie, aggiungendo complessità ad un mondo fatto di mille diversità in fragile equilibrio tra loro. Cos’è oggi il carcere? Un luogo di comunità e risocializzazione, o piuttosto l’inferno sulla terra? Ne parliamo col direttore Claudio Mazzeo, dal 2018 alla guida del Due Palazzi di Padova.

“È un argomento divisivo il carcere: c’è chi sposa funzione contenitiva e punitiva e chi ne auspica l’abolizione. Invece il carcere deve svolgere una funzione sociale nel rispetto del principio di umanizzazione e ri-socializzazione. C’è il carcere parlato: pensatori e politici spesso ne disquisiscono in modo autoreferenziale. Noi che il carcere lo viviamo, sappiamo che è un luogo di sofferenza, perché la privazione della libertà è contro-natura. Perciò tra chi la libertà la perde e chi controlla la reclusione, può scattare conflittualità. Però il carcere è anche condivisione di una comunità. Noi: i carcerati, la polizia, i volontari e gli operatori, siamo una comunità con le sue regole e obiettivi, relazioni, linguaggio, emozioni e tensioni”.

In carcere non solo per far scontare una pena?

“Credo che le pene troppo brevi non consentano alcun percorso di rieducazione, non uscirà un soggetto pronto ad essere re-inserito nella società. Anzi, aggraverà la condizione di disagio sociale con lo stigma dell’ex carcerato. Quindi sì alle pene alternative, all’articolo 21, ai lavori socialmente utili e al carcere come estrema ratio, sotto la guida incrollabile dell’articolo 27 della Costituzione che parla di carcere come di luogo nel quale offrire una possibilità di riscatto”.

Lo scopo risocializzante del carcere è stato centrato?

“Solo con il contributo della società esterna si completa un buon percorso di reinserimento, il lavoro è un tassello fondamentale per abbattere la recidiva”.

Quindi lei non crede che il carcere possa assolvere alla sua funzione principale?

“La mia esperienza testimonia il contrario. Nel nostro istituto abbiamo dalla Scuola elementare al Polo Universitario, i corsi di formazione professionale e da settembre anche il corso del Liceo Alberghiero, perché uscire di qui con una cultura e un mestiere è la prima condizione necessaria per essere accolto dalla società. Il Due Palazzi è sede di numerose associazioni e cooperative che offrono lavoro ai detenuti, consentendo l’apprendimento di un mestiere e la conquista di un piccolo stipendio che restituisce la dignità al detenuto e ha anche lo scopo di sostenere le famiglie rimaste a casa”.

Solo il 16 per cento dei carcerati lavora, non le sembra un po’ poco?

“Vanno sviluppate nuove sinergie con la società esterna. Abbiamo formato detenuti nell’edilizia che hanno ridipinto i licei di Padova. Quelli formati nel giardinaggio hanno collaborato a mantenere il verde pubblico. La soddisfazione è stata entusiasta da parte di tutti i soggetti coinvolti. Dobbiamo fornire strumenti efficaci per il “dopo”, fornire competenze utili di cui ci sia penuria, per non innescare il conflitto sociale, per quei lavori dei quali altri cittadini non si sentano defraudati. Giusto o sbagliato che sia, è senso di realtà”.

E per il futuro?

“Abbiamo in cantiere un’ambiziosa collaborazione con il tessuto imprenditoriale del territorio per formare nuove figure professionali. Già la legge Smuraglia prevede sgravi fiscali per chi assume detenuti per incentivare la sinergia con il mondo del lavoro “fuori”. Abbiamo promosso il concetto della raccolta differenziata, perché la formazione di una consapevolezza è necessaria all’acquisizione di una coscienza civica. Il rispetto della dignità umana è il riconoscimento dei diritti fondamentali, tra i quali un ambiente salubre”.

Rieducati, formati e ri-socializzati, basta per definire un carcere umano?

“No, il carcere è privazione della libertà, è un luogo di sofferenza, ma deve consistere anche in altro. A breve inaugureremo il Parco “I Have a Dream” dove i detenuti potranno stare a contatto con la natura e incontrare dignitosamente le famiglie e i figli piccoli. Le piattaforme che lo circondano diventeranno spazi chiusi dove svolgere attività al coperto in caso di maltempo, e una di queste dovrebbe diventare la casetta dell’affettività”.

Un Parco aperto anche alla società in maniera promiscua e la promiscuità in carcere?

“Esattamente, l’idea è che la società esterna possa accedere al Parco in particolari occasioni, con modalità e tempi studiati attentamente. Per le casette dell’affettività sono sicuro che i tempi siano maturi, oggi abbiamo molti esempi all’estero e anche a Bollate, quello della sessualità in carcere è un tema urgente e delicato che solo l’ipocrisia ottusa non vuole affrontare”.

Ha dipinto una società progredita, sembra che vada tutto bene…

“Non tutto, oltre al sovraffollamento, la eterogeneità della popolazione detenuta crea conflitto ed è difficile gestire certi momenti di tensione. C’è carenza di educatori e psicologi, anche se questo mese abbiamo raddoppiato l’organico e impostato nuovi percorsi di recupero specifici per i sex offender. È un mestiere duro, costellato di responsabilità ma è un mestiere che amo con passione da 30 anni, e oggi rappresenta una sfida di cui mi sembra di intravvedere una possibilità di riuscita. C’è carenza anche di direttori, dopo 27 anni stanno facendo un concorso, tra poco i “nuovi” verranno in affiancamento. Confidiamo nella ministra Cartabia che è competente e sensibile”.