di Sara Busato
Corriere del Veneto, 10 maggio 2025
Inaugurazione dell’anno accademico al Due Palazzi. “Ero in prigione ancora prima di finirci. Ma dopo il mio primo esame, ho ritrovato fiducia in me stesso”. È la testimonianza toccante di uno dei 64 studenti detenuti iscritti al ventiduesimo anno accademico dell’università di Padova nell’ambito del progetto “Università in carcere”. Un’iniziativa che porta l’istruzione universitaria dentro le mura degli istituti penitenziari, trasformando il diritto allo studio in uno strumento concreto di riscatto e inclusione. In un contesto sociale che punta al reinserimento e al recupero, garantire l’accesso all’istruzione anche a chi vive una condizione di detenzione rappresenta un valore imprescindibile. L’università di Padova ha scelto di dare forma a questo principio, costruendo una comunità accademica che non lascia indietro nessuno.
“Il carcere non può essere un luogo dove si spegne ogni speranza - sottolinea la rettrice Daniela Mapelli - ma deve diventare un ambiente capace di favorire la crescita personale e il reinserimento sociale. L’università ha il dovere civile e costituzionale di contribuire a questo percorso. Gli studenti detenuti non sono “altri”. Sono nostri studenti, a pieno titolo”. Negli anni il progetto si è ampliato, dando vita a una rete nazionale che oggi coinvolge 30 atenei in quasi 50 istituti penitenziari italiani, con circa 900 studenti detenuti iscritti a corsi universitari. A Padova, 64 detenuti frequentano diverse facoltà: 41 studiano all’interno delle case di reclusione, mentre 13 hanno accesso a un vero e proprio polo universitario creato all’interno del carcere.
Una struttura unica: spazi dedicati allo studio, una biblioteca con oltre 14mila volumi, connessione internet controllata, orari flessibili e il supporto di 20 tutor che lavorano a fianco dei docenti. Una vera cittadella del sapere, dove l’istruzione diventa motore di cambiamento e opportunità di reintegrazione. A riconoscerne l’efficacia è anche il sottosegretario alla Giustizia, presente alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico.
“Lo studio così come il lavoro sono strumenti fondamentali per il percorso, vero reale e sincero di rieducazione - aggiunge il sottosegretario Andrea Ostellari - Imparare, significa liberarsi davvero. Il 98% di chi partecipa al trattamento di questo tipo, poi quando esce non delinque più. Quindi questo è un bene per il singolo, ma va bene anche per l’intera comunità”. Durante la cerimonia, le testimonianze degli studenti detenuti hanno raccontato con forza e sincerità la possibilità di riscatto che nasce tra le pagine di un libro.











