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di Sara D’Ascenzo

Corriere del Veneto, 3 aprile 2025

“Stava cercando di recuperare umanità. Ha aiutato una famiglia con problemi”. Il video inedito nel carcere di Padova e il progetto di una serie televisiva: “Era un uomo anziano di salute cagionevole che stava venendo a contatto veramente con sé stesso e non reggeva a questo impatto”. Un uomo cammina lentissimo vicino a due tavoli rovesciati. Indossa una camicia bianca nella quale sembra perdersi. I pochi capelli grigi rimasti incorniciano un viso provato. Lo sguardo è fisso nel vuoto. A un certo punto si accascia e cade. Quell’uomo è Donato Bilancia, il serial killer dei treni, giocatore di casinò, assassino di prostitute e di rivali al gioco, e prima ancora ladro di auto, di pistole e perfino, futilmente, di panettoni. E questa foto è un fermo immagine di un video, mai visto prima, che documenta l’attività del laboratorio di “Teatro e carcere” al quale Bilancia partecipò nel 2017, diretto dalla regista Cinzia Zanellato, responsabile del laboratorio dal 2004.

“Il direttore di allora - racconta la regista - Ottavio Casarano, mi chiamò chiedendo di integrare Bilancia nel nostro laboratorio. La raccomandazione era di non dare risonanza mediatica alla sua presenza in quel laboratorio, perché questo sarebbe andato a scapito del resto del gruppo”. Un percorso che chiamare di riabilitazione appare difficile per un uomo responsabile di 17 delitti efferati commessi tra il ‘97 e il ‘98 soprattutto in Liguria: 186 giorni di orrore che lo portarono alla condanna a scontare tredici ergastoli. Una parabola di morte che però si appresta, tra qualche tempo, a tornare sotto i riflettori, visto che la casa di produzione Groenlandia, di Matteo Rovere e Sydney Sibilia, quella che ha realizzato la serie tv “Qui non è Hollywood” sul delitto di Avetrana, ha infatti acquisito i diritti del libro di Alessandro Ceccherini “Che venga la notte”, edito da Nottetempo, dedicato alla figura di Bilancia. Il progetto è attualmente in fase di sviluppo e l’obiettivo è trarne una serie tv. Che, giocoforza, avrà anche una parte padovana, visto che Padova è stata l’ultima destinazione in carcere di Bilancia, che nella città veneta è morto di Covid il 17 dicembre 2020.

Zanellato, come definirebbe il percorso di Bilancia di quegli anni?

“Stava cercando di recuperare un’umanità. Non è facile da capire, ma anche questo fa parte della giustizia riparativa: più si sviluppa la cultura di rispondere in modo civile al male, più possiamo pensare a un recupero relazionale, a un incontro delle persone detenute con la loro interiorità. Condizioni necessarie per prendersi la responsabilità dei propri atti”.

Com’era in quel periodo?

“Era un uomo anziano di salute cagionevole che stava cominciando a venire a contatto veramente con sé stesso e non reggeva a questo impatto. Per quello, quando si è discusso di cosa potesse fare durante lo spettacolo, lo avevo fatto crollare fisicamente, perché era quello che gli stava succedendo realmente. L’unica forma che riuscisse a sostenere teatralmente era fare qualche passo e poi accasciarsi. Questo, con tutto il rispetto da parte nostra nei confronti delle vittime”.

È una reazione che lei ha già osservato in detenuti con un passato simile al suo?

“Chi compie atti così efferati o prende psicofarmaci o sono persone dissociale o, se entrano in relazione con sé stessi, la pagano”.

In quel periodo si scambiò molte lettere con il teologo Sabino Chialà. Era in atto una conversione?

“Non direi. Chialà è un mio amico monaco. Mi rivolsi a lui nella speranza di farlo aprire. Ha avuto la capacità di intervenire con Bilancia. Il testo al quale lavorammo quell’anno era “La Torre di Babele”, vista come passaggio che toglie all’umanità l’omologazione. Quando ho spiegato questa cosa al laboratorio, Donato si è proprio arrabbiato: “No, è Dio che si vendica”, mi ha detto. È stato il lavoro col gruppo a farlo cambiare un po’”.

Com’è stato per lei lavorare con Bilancia?

“All’inizio anch’io, non lo nascondo, ho avuto delle difficoltà con lui, la coscienza mi rimordeva. Ma tutti noi che facciamo questo lavoro abbiamo la consapevolezza che non è mettendo all’angolo queste persone il male passa. Il teatro può essere un ponte di comunicazione con il “reo”. A un certo punto ho avuto una discussione con lui e gli ho detto: “Devi decidere, Donato: vuoi rimanere nella figura del serial killer o vuoi andare nel silenzio verso qualcosa di diverso?”“.

E ha visto dei progressi?

“Mi sembra di sì. Ha avuto sicuramente un cambiamento. E gli è venuto il desiderio di aiutare alcune persone esterne, un bambino con disabilità, una famiglia con figli con disabilità”.

Quando gli altri del laboratorio si aprivano, lui cosa diceva?

“Si trincerava dicendo che era troppo vecchio per queste cose, ma il gruppo l’ha sostenuto nei suoi tentativi balbettanti. E alla fine ha voluto cantare l’”Ave Maria” di Schubert, che esprimeva il suo bisogno di essere perdonato”.