di Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 17 febbraio 2021
Le accuse a vario titolo per i diciannove imputati sono di spaccio e corruzione, per otto si va verso l'assoluzione. Il teste chiave davanti ai giudici ha snocciolato una serie di "Non ricordo", ora rischia il processo per falsa testimonianza.
Il processo sullo scandalo all'interno del carcere Due Palazzi, con l'introduzione in favore dei detenuti di droga e telefoni cellulari, è arrivato alle battute conclusive. Ieri il pubblico ministero Sergio Dini, titolare delle indagini, davanti al tribunale collegiale presieduto da Nicoletta De Nardus, ha chiesto in totale 80 anni di carcere per undici imputati, mentre per altri otto ha chiesto l'assoluzione. La prossima udienza, quella decisiva, è stata fissata per il 4 maggio.
Durante le indagini prima e poi in corso di dibattimento, si sono registrati alcuni colpi di scena. Il poliziotto della penitenziaria Paolo Giordano e il detenuto Giovanni Pucci si sono tolti la vita. E poi il teste chiave Pietro Rega, indicato come il numero uno dell'organizzazione criminale nella casa di reclusione, davanti ai giudici ha fatto scena muta. Tutti quei "Non ricordo", gli sono costati una richiesta di rinvio a giudizio per falsa testimonianza.
I diciannove imputati finiti alla sbarra sono stati accusati a vario titolo di corruzione e di spaccio di sostanza stupefacente. L'accusa ha chiesto 6 anni per Gaetano Bocchetti, Giuseppe Cristino 5 anni, Ferruccio Chiostergi 5 anni ed Eros Murador 6 anni.
Quindi per i due fratelli Issam e Mohamed Tlili dieci anni a testa; dieci anni anche per Adriano Patosi e per il suo compagno di cella Bledar Din-ja. Infine 5 anni per Mourad El Archi, Sigismondo Strisciuglio 5 anni e sei mesi, e Hakim Nafausi 7 anni e 6 mesi. Richiesta di assoluzione invece per Aldel Chabbaa, Amai El Archi, Ivan Firenze, Abdelhamid Jebrani, Adii Khamlich, Giuseppe Marino, Makrem Mestiri e Domenico Morelli.
Il processo riguarda il primo filone delle indagini scattate nel luglio del 2014, quando gli uomini della Squadra mobile hanno scoperto il "marcio" all'interno del Due Palazzi. Rega si procurava la droga assieme a un collega contattando alcuni spacciatori nordafricani. Lo stupefacente finiva nelle mani di un pericoloso detenuto albanese, Adriano Patosi, che gestiva poi le ulteriori cessioni tra i corridoi e le celle della casa di reclusione.
Gli altri canali di rifornimento per lo stupefacente, i telefoni cellulari e le Sim card facevano invece capo a due esponenti della malavita organizzata che si dividevano i profitti. Si tratta di Gaetano Bocchetti esponente del clan camorristico di Secondigliano e di Sigismondo Strisciuglio della Sacra Corona Unita. I due boss rifornivano di soldi gli agenti penitenziari ottenendo in cambio hashish, eroina, ma anche chiavette Usb, computer e telefoni cellulari, con cui poter mantenere senza difficoltà i contatti con le rispettive organizzazioni criminali.
Il teste chiave davanti ai giudici ha fatto scena muta. L'ex agente della polizia penitenziaria, Pietro Rega, indicato come il boss uno dell'organizzazione criminale in carcere, ha di fatto ritrattato quanto in precedenza dichiarato agli inquirenti. Scarcerato il 19 novembre del 2019, dopo cinque anni di cella, il "Capo" o "Uomo brutto", così era soprannominato, al magistrato ha sciorinato una serie di "Non ricordo". Le uniche accuse le ha mosse nei confronti di detenuti deceduti. Aggiungendo anche: "Mi hanno indotto a dire certe cose". Rega, nel lontano 2001 era già stato arrestato per fatti analoghi dalla Dda di Napoli quando lavorava nel carcere di Avellino.











