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di Corrado Fusar Poli

Corriere del Veneto, 18 marzo 2026

Padova, smantellato racket al Due Palazzi: mille euro a smartphone. Coinvolti detenuti e i loro familiari. Vendevano gli smartphone a mille euro mentre per un grammo di cocaina ne chiedevano fino a trecento. Prezzi da capogiro per un business illecito all’interno del carcere Due Palazzi di Padova. Ad orchestrare le vendite un detenuto aiutato da un dipendente di una cooperativa che opera nella riabilitazione dei reclusi. Coinvolti anche familiari di alcuni carcerati: le indagini sono ancora in corso. Arrivavano a pagare anche mille euro per un telefono cellulare e fino a 300 euro per un grammo di cocaina (sebbene il prezzo di quest’ultima “all’esterno” si aggiri tra i 50 e i 100 euro).

Non badavano quindi a spese pure di avere “benefit” che definire proibiti è riduttivo: è stato smantellato un commercio illecito di smartphone e droga introdotti di nascosto all’interno della casa di reclusione Due Palazzi di Padova grazie anche alla complicità di almeno un dipendente - ma le indagini sono ancora in corso per individuare ulteriori responsabili - della cooperativa Altracittà, attiva all’interno del carcere, il quale si trova ora agli arresti domiciliari.

Le indagini (coordinate dalla procura di Padova e condotte dalla polizia penitenziaria del nucleo regionale con il supporto del reparto territoriale) sono iniziate ancora nel 2024 e hanno portato a scoprire una fitta rete “orchestrata” da un detenuto, che ha visto aggravarsi la sua posizione, con la collaborazione non solo di una decina di altri reclusi ma anche di alcuni loro familiari, per cui è scattata la denuncia per concorso in traffico di sostanze stupefacenti, accesso indebito di dispositivi di comunicazione e ricettazione.

Il tutto era organizzato nei minimi particolari: a tessere le fila, come detto, era un detenuto che poteva contare su un gruppo di sodali che poi smerciava cocaina, telefonini e anche chiavette per la connessione a internet in altre sezioni detentive, consentendo così a decine e decine di altri reclusi sia di comunicare senza problemi all’esterno con familiari e amici che di consumare sostanze stupefacenti all’interno del carcere. E qui entra in gioco il dipendente della cooperativa Altracittà (che si occupa del reinserimento lavorativo e sociale di chi si trova dietro alle sbarre): sfruttando il proprio accesso privilegiato in carcere e soprattutto previo lauto compenso - l’intera “catena di montaggio” avrebbe generato un volume d’affari pari a decine di migliaia di euro - avrebbe infatti più volte rifornito il “boss” dei detenuti della merce richiesta, che veniva a sua volta suddivisa tra i richiedenti. E non sarebbero stati da meno anche alcuni familiari dei reclusi stessi, che approfittando delle visite settimanali sarebbero a loro volta riusciti ad approvvigionarli di droga e smartphone.

Le indagini, tuttavia, non sono ancora terminate: non è dunque da escludere che altre persone possano essere invischiate in tale traffico illecito, non certo il primo registrato anche alle nostre latitudini eppure “particolare” alla luce della sua complessa articolazione. Non sono mancate le congratulazioni da parte del presidente della Regione Alberto Stefani: “In attesa che tutte le responsabilità vengano accertate, l’indagine merita la gratitudine di tutti i cittadini: nella nostra società non ci sono spazi in cui la legalità possa essere derogata”, ha detto.

Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Ostellari, sottosegretario di Stato alla giustizia della Lega. “Auspichiamo che le responsabilità vengano accertate quanto prima - il suo commento - la sicurezza in carcere e il rispetto delle regole sono presupposti imprescindibili che devono valere senza eccezioni e a tutela di tutti”.