di Francesco Iori
Il Mattino di Padova, 11 marzo 2025
Il libro di Vera Zamagni fa un focus su una realtà quarantennale che dà lavoro a quasi 600 persone con 12 milioni fatturato guidata da Boscoletto. All’inizio, una quarantina di anni fa, erano i classici quattro amici al bar. Oggi, la loro è diventata una realtà di punta nel campo della cooperazione sociale, che dà lavoro a poco meno di 600 persone, con un fatturato di oltre 12 milioni di euro, che opera in quattro macro-settori: parchi e giardini, ambiente, contact center, servizi vari a partire dalla gestione museale; e rappresenta una realtà di riferimento a livello nazionale per il supporto lavorativo ai carcerati. Si chiama Giotto, e ad essa ha dedicato un ampio saggio Vera Zamagni, docente all’università di Bologna, una delle maggiori studiose del terzo settore (“La cooperativa sociale Giotto, una normalità eccezionale”, edizioni Il Mulino).
Una presenza che fa leva su una mission dichiarata: “Creare opportunità di lavoro economicamente sostenibili e apprezzate per la loro qualità, perché più persone possibile, anche in situazioni disagiate, possano essere sostenute e accompagnate nella scoperta della propria dignità”. L’esperienza prende piede nel 1986, su input di un piccolo gruppo di giovani laureandi e laureati dell’ateneo padovano in Scienze agrarie e forestali, che danno vita a una cooperativa centrata sul tema dell’ambiente, in particolare con la manutenzione di parchi e giardini. È una scelta che poco dopo si estende al carcere, partendo in punta di piedi con un corso di giardinaggio per poi estendersi via via ad altri settori grazie anche alla legge Smuraglia del 2000, che disciplina e agevola il lavoro penitenziario.
Il primo passo in questo percorso è rappresentato dalla produzione artigianale di manichini in cartapesta; poi ci si allarga alla gestione mensa, alla tenuta di un call center, all’assemblaggio di valigie, alla lavorazione di gioielli, al montaggio di biciclette, e soprattutto alla pasticceria. Una realtà, quest’ultima, che oggi dà lavoro a una cinquantina di detenuti, seguiti da una dozzina di addetti tra cui quattro maestri pasticceri, con un’ampia gamma di prodotti tra cui spiccano i panettoni natalizi e le colombe pasquali; e che ha ottenuto una serie di significativi riconoscimenti di qualità anche fuori d’Italia. Zamagni, nel suo studio, propone Giotto come una delle poche realtà riuscite a offrire un’opportunità d’impiego a un considerevole numero di carcerati, regolarmente remunerati, rispettando le normative in materia di ferie e malattia. Il tutto avviene tramite la regia di un apposito ufficio sociale che mette a punto un progetto specifico di inserimento, e con il supporto di un’attività di formazione continua.
In tal senso, l’attività della cooperativa rappresenta per i detenuti un fondamentale strumento sia di autosostentamento che di promozione della persona. E questo, spiega lo studio, nell’ottica del principio che la vera riforma strategica del settore carcerario non fa leva sulla pura riforma legislativa, ma mette al centro le persone chiamate ad applicarla. Un contributo decisamente rilevante, in una realtà italiana in cui neanche il 5 per cento dei quasi 60mila carcerati lavora, e dove permangono ancora troppi steccati ideologici. Non solo carcere, comunque. La ricerca di Zamagni propone una visione d’insieme della cooperativa Giotto, proponendola a modello di capacità di dialogo sul versante pubblico con le istituzioni, e su quello privato con il mondo delle imprese, facendo leva sul principio-chiave di una sussidiarietà circolare, in cui nessuno può sostituirsi agli altri, ma l’apporto di tutti è determinante per il buon esito del progetto.
Con un corollario di grande importanza: Giotto riesce a stare sul mercato da protagonista perché garantisce l’assoluta qualità sia dei prodotti che dei servizi offerti. Ed è una sottolineatura significativa, in una stagione come quella attuale segnata dall’emergere di nuove povertà, dall’aumento dell’esclusione di tanti soggetti dalla vita civile, dalla crescita del disagio sociale. Nicola Boscoletto, che presiede la cooperativa dal 1994 e che ne è l’anima, tiene a sottolineare le radici remote di un’esperienza che si muove nell’ambito di Comunione e Liberazione e del suo grande maestro: “Don Luigi Giussani ci ha insegnato che l’altro è sempre un bene, anche quando noi non lo capiamo o l’altro non capisce, e che è essenziale essere inclusivi con tutti”.











