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di Alice Ferretti

 

Il Mattino di Padova, 10 luglio 2019

 

Sovraffollamento, condizioni di vita sempre più difficili, suicidi. Sono alcune delle problematiche comuni a tutti i carceri d'Italia, a causa di una politica che, in materia di esecuzione penale, ha spesso privilegiato la detenzione alle pene alternative. Un sistema che non funziona, al quale hanno deciso di ribellarsi a livello nazionale gli avvocati penalisti, che hanno proclamato l'astensione per la giornata di ieri.

E sempre ieri la Camera penale di Padova ha organizzato un incontro nella sala conferenza dell'ordine degli avvocati proprio per riflettere sulle tematiche oggetto della protesta. I numeri parlano chiaro: "Per quanto riguarda il Veneto i detenuti sono passati da 2.319 a 2.432", ha detto l'avvocato Annamaria Alborghetti.

"La metà di questi non sono definitivi e su 2.400 ci sono 1.400 stranieri per i quali viene adottata in automatico la custodia in carcere e che non riescono ad avere le misure: il motivo è quasi sempre la mancanza di un domicilio idoneo". Padova si allinea a questa situazione generale di sovraffollamento. "Nella casa circondariale abbiamo 211 detenuti contro 171 posti e nella casa di reclusione 592 detenuti contro 438 posti".

Un problema, quello delle strutture di detenzione che straripano, che potrebbe essere risolto "utilizzando gli edifici dismessi che il governo vorrebbe trasformare in altre carceri e facendoli diventare case accoglienza". E poi il problema dei suicidi, già 23 in Italia nel 2019, uno a Padova. "È evidente", spiega sempre la Alborghetti, "che il quadro detentivo è tale da far ritenere che si stia violando quotidianamente la Carta Costituzionale".

Dunque ci vorrebbero più misure alternative oltre a rendere più vivibile la vita in carcere. "La conseguenza di tutto ciò è la rivolta nelle carceri italiane che, come si legge nella delibera dell'Unione delle Camere Penali Italiane, "dovrebbe far accendere i riflettori su un sistema marcio che deve immediatamente trovare la strada di una trasformazione costituzionalmente orientata", ha aggiunto l'avvocato Gianni Morrone.

Il comunicato della Camera Penale di Padova "Francesco de Castello"

Ci risiamo! Ci risiamo con il sovraffollamento. Le cifre parlano chiaro. Dopo l'impennata dei 68.258 detenuti del 2010 che costò all'Italia la condanna di Strasburgo i numeri erano scesi fino ad arrivare ai 52.164 del 2015. Ma poi inesorabilmente sono tornati a salire e il 30 giugno di quest'anno siamo a 60.522.

La riforma dell'ordinamento penitenziario, tesa a favorire l'accesso alle misure alternative, è stata affossata e al suo posto si sono approvate leggi che sempre di più chiedono carcere e bloccano l'accesso alle misure. Le condizioni di vita sono sempre più difficili, soprattutto in certi istituti, dove mancano le cose più elementari e normali come una regolare erogazione dell'acqua.

Si parla di 10.000 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari ma da quei posti regolamentari vanno tolte tutte le celle inagibili che sono oltre 3700! Le misure in essere sono poca cosa: 18.000 affidamenti, 11.000 in detenzione domiciliare. In carcere vi sono oltre 5.000 persone che scontano pene sotto i due anni o addirittura sotto un anno, persone che non riescono ad avere una misura perché molto spesso non hanno un domicilio idoneo. Ecco come si potrebbero utilizzare gli edifici dismessi che il ministro vorrebbe trasformare in altre carceri!

Facciamole diventare case accoglienza, cominciamo col togliere quei 5.000 dalle carceri, anche perché fare in modo che queste persone, che tra non molto comunque saranno libere, passino attraverso una misura, questo sì vuol dire sicurezza.

Quale la situazione nel Veneto e a Padova? Sicuramente la situazione non è quella drammatica di certi istituti. Anche da noi vi è stato un aumento e i detenuti sono passati da 2.319 a 2.432. La metà di questi non sono definitivi e su 2.400 ci sono 1.400 stranieri per i quali viene adottata in automatico la custodia in carcere e che non riescono ad avere misure e il motivo è quasi sempre la mancanza di un domicilio idoneo.

A Padova nella CC abbiamo 211 detenuti contro 171 posti e alla CR 592 contro 438 posti. C'è un altro dato drammatico: le morti in carcere, o meglio, le morti di carcere, che si tratti di suicidi, o di morti per mancanza di assistenza sanitaria o per cause non chiare. Si tratta comunque di persone che avrebbero avuto bisogno di cure, di assistenza o, più semplicemente, di una misura che avrebbe loro consentito rapporti umani, familiari, che forse avrebbero evitato il suicidio. Negli anni peggiori del sovraffollamento avevamo avuto picchi altissimi arrivando a 185 morti di cui 66 suicidi nel 2010, poi c'era stato un leggero calo.

Alla data del 2 luglio 2019 siamo già a 67 morti di cui 23 suicidi. E neppure Padova è rimasta indenne: il 23 aprile scorso si suicidava Yassin Ahmed, di anni 61. È evidente che il quadro detentivo è tale da far fondatamente ritenere che si stia violando quotidianamente la Carta Costituzionale. E questo devono aver pensato i Giudici della Corte Costituzionale quando hanno deciso di partire per il loro viaggio nelle carceri. Non l'incostituzionalità di una legge, di una norma, ma l'incostituzionalità di un sistema, di una "funzione" dello Stato, il diritto-dovere dello Stato di punire chi ha commesso dei reati osservando i principi imposti dalla nostra Carta. E hanno voluto vedere con i loro occhi.

Infine: che fare? Sicuramente creare le condizioni per incrementare l'accesso alle misure alternative. La carenza della pianta organica è spaventosa: 930 assistenti sociali e 999 educatori per gli oltre 60000 detenuti. E quindi più educatori, più psicologi per effettuare le relazioni ma anche la ricerca di luoghi dove svolgere queste misure ed anche una minor rigidità nella concessione, perché comunque una misura svolta non benissimo darà dei risultati migliori, anche in termini di sicurezza, che non una pena eseguita in carcere fino all'ultimo giorno.

E, ancora, fare in modo che la vita detentiva sia "la più simile possibile a quella della società esterna" come impongono le Regole Penitenziarie Europee. Facilitare il più possibile l'ingresso in carcere della società civile, del volontariato, delle cooperative.

La risposta non può essere quella del Dap che con una circolare che sarebbe grottesca se non limitasse gravemente la libertà di informazione, dal titolo "Tutela della quiete notturna. Incentivazione a tenere salubri ritmi sonno-veglia" ha stabilito che deve essere garantita "una fascia di rispetto di 7 ore per notte durante la quale vengano spenti i televisori, gli apparecchi radio e le luci". Possiamo solo augurarci che la sensibilità istituzionale espressa dai Giudici della Corte Costituzionale possa essere di esempio per tutti, politici, magistrati, funzionari, con l'auspicio che nessuno marcisca in galera ma, soprattutto, che nessuno auguri più a nessuno di marcire in galera.