di Angelo Ferrarini*
Ristetti Orizzonti, 11 febbraio 2026
Due settimane fa sono andato in carcere per il corso settimanale al primo piano Alta Sicurezza. Il cancello era aperto. Strano, suono ugualmente. Arriva il giovane assistente. -Le aule sono tutte occupate, mi dice gentile. Ci sono i colloqui degli educatori. -Aspetto qui. -Non so quando finiranno e qui non c’è posto. -Torno lunedì prossimo… -Non so se domani sia possibile. -Beh, telefonerò in direzione. -Non credo che lo sappiano. Ci guardiamo, un sorriso. Non l’ho mai visto qui, forse nuovo. Torno al cancello, prendo l’ascensore.
Al piano terra ci sono tre persone, due sono agenti, a metà corridoio davanti a me. Uno è Ignazio, in jeans, con la sua camicia a scacchi neri e blu. Lo prendo sotto braccio, è forte, lo pensavo grasso, invece è compatto, muscoloso. -Ciao Ignazio.
Gli agenti fanno spazio al nostro colloquio, stanno due passi avanti, ci precedono. Ignazio, cosa succede, cosa fa qui? -Un disastro, ci trasferiscono tutti. -Quando? -Oggi. -A casa lo sanno? Ho chiamato stamattina.
Le guardie girano a sinistra nel corridoio degli uffici. Ignazio si gira verso di me. -Arrivederci professore. Non c’è tempo per altro. Cammino verso il blocco. La parola disastro mi gira dentro. La guardia fa scorrere il cancello senza chiedermi il nome, mi ha visto cinque minuti fa. Fa un accenno di sorriso. Ci siam già visti in questi 6 mesi.
Passo nello spazio aperto e poi di nuovo sono nel primo grande edificio, odore di gasolio e mezzi
parcheggiati neri. Disastro è la parola di Ignazio. Anche al corso diceva parole forti e sintetiche. Parlava ad alta voce, quasi urlava. “-Ignazio, come parli! -Io parlo così!” Oggi invece ha sussurrato, con i suoi occhi sicuri, grandi e diretti. È successo quello che si temeva da tempo, da anni, e poi da mesi, con le nuove voci di trasferimenti.
Questa scuola è così. Arrivano le decisioni e sono subito esecutive. La scuola così non c’è più. Chiusa. Finite le lezioni. Andati via gli alunni. Senza parole, saluti, una qualche conclusione o arrivederci e poi buone vacanze. Non trovo giusta la faccenda. Per nessuno. Chi l’ha deciso? Chi può farlo? In una scuola normale si passa attraverso varie tappe. Qui si deve sapere che tutto è provvisorio. Il carcere è come una scuola con tanti edifici periferici: gli studenti vengono spostati dove il direttore generale decide. Non lo si vede mai. E tu prof resti. Dove? In corridoio, nelle scale, torni in auto con i tuoi fogli, torni a casa. L’insegnante e la famiglia sono gli ultimi a saperlo. È più importante la decisione del resto. Cosa è la didattica, cosa sono i metodi, le valutazioni, voti e giudizi? Non c’è niente, non c’è più niente, programmazione, relazioni, confronti. E i fogli presenza! come se non ci fosse mai niente. Come se le cose normali di una scuola normale non contassero. È una scuola speciale il carcere.
Non erano ancora così i pensieri di quel giorno. Uscito dal carcere, in macchina mi sono collegato con l’associazione. La notizia era di poco prima: non ci sono attività, sono arrivati i trasferimenti. E via con i commenti. Niente pensieri nuovi, cose che ci siam già dette in altre occasioni, per trasferimenti sempre ma di qualche detenuto, eccezioni. No, c’è un disegno, diceva la nostra coordinatrice. Nessuno voleva crederla. Tanto lei è sempre pessimista, per natura, la chiamano leonessa. Adesso si trattava di una sezione intera, di un gruppo numeroso, di più classi scolastiche, di varie attività, di percorsi non solo individuali.
Le abitudini creano illusioni. Fanno sedere tranquilli attorno al tavolo di lavoro, di confronto, discussione.
Si legge la dispensa, si impara la lettura a voce alta, si pensa, si ascolta. Si dialoga, Giovanni alza la mano, Ignazio è diretto, Antonio tiene un libro aperto in attesa di fare la sua domanda al momento giusto. Catello il libro me l’ha dato il primo giorno, ma era il suo. Non l’ho ancora letto. Si valutano gli argomenti, si scelgono i materiali per le lezioni e per i laboratori. Nell’aula sotto si taglia e si cuce, si fanno borse. Sopra c’è l’aula pittura, a orari diversi diventa studio teatrale. Si scelgono testi, si provano schemi, forme, modi, modelli, costumi. La vita scorre, non sembra di essere qui. Il carcere è lontano.
Giuseppe mi fa segno, non capisco, allora Natale col dito mi segna l’angolo, mi giro e vedo la nuova telecamera. Siamo controllati e vigilati, sicurezza per tutti. Basterà parlare sottovoce? Chiedo. Santo mi fa un sorriso. -Eh, eh, professore… ridiamo. C’è un bel clima, si sta bene. Questo carcere è un asilo ha detto un giorno l’agente anziano. Il giovane assistente passa davanti alla porta e guarda nella piccola cornice di vetro. La nostra aula grande prima erano due celle. Le pareti di adesso verde pastello, al muro fresche tele dipinte. Iperrealismo, cubismo, surrealismo, naïf. Parole dell’altro mondo. Si può parlare, dire, vedere tutto. Paesaggi, animali, ritratti, paesi del sud, marine, foreste, onde, una tigre, un bambino vicino a una bocca, un seno.
Il terzo giorno eravamo davanti al carcere con tutte le associazioni e i giornalisti. Nei giorni seguenti ho sentito colleghi, ho scritto alle famiglie, ho letto dichiarazioni, puntualizzazioni, ho inviato saluti. Dopo due giorni le famiglie sono state avvertite, dopo tre sapevano dei luoghi di trasferimento. Un giornalista ha chiesto al primo volontario che parlava per tutti, Perché dice che si tratta di una deportazione?
Sulla chat della mia associazione Francesco ha riscoperto un termine milanese, sballottamento. Il carcere ti lascia fare tante cose ma è come vivere in una dittatura silenziosa: lo sai che prima o poi arriva lo sgombero, lo sfollamento, devi andare, lasciare cose. E i quadri, la tigre di Giuseppe? La piazzetta ionica di Antonio? Dov’è la scuola, dove sono le voci, le aule? Sono in un sogno. Mi sembra di essere anch’io in un sogno. I bidelli hanno dovuto chiudere, far interrompere. Anche per loro un ordine: si chiude. Avvertite stasera di preparare le cose, domattina vengono trasferiti gli a.s., portate i sacchi neri, solo le cose personali. E dopo? “dopo” non si chiede, si deve fare un taglio, una ‘voce chirurgica’ ha detto qualcuno e via.
*Volontario nella Casa di Reclusione di Padova









