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di Ivan Compasso

padovaoggi.it, 3 febbraio 2026

Il professor Antonio Bincoletto dopo aver ricordato i due decessi al Due Palazzi è tornato sulle criticità del carcere e ha invitato i rappresentanti istituzionali a conoscere quella realtà. “Un mondo a parte, ma gli stereotipi con chi si giudica spesso sono sbagliati”. Nel consiglio comunale, di lunedì 2 febbraio, la prima ad affrontare l’argomento carcere è stata la consigliera Marta Nalin che ha messo l’accento sullo stato di salute delle carceri italiane e del Due Palazzi di Padova in particolare, con una interrogazione. Otto decessi, suicidi, in un solo mese nelle carceri italiane. E due a Padova. “Gli operatori sono stremati, viene messo in discussione un modello che invece cerca di offrire delle possibilità, delle reali opportunità di recupero”, sottolinea Nalin difendendo il modello che da anni si porta avanti al Due Palazzi con attività e percorsi di lavoro e di recupero.

“Manca personale e mancano i servizi questo in generale. E a Padova cosa si sceglie di fare? Trasferimenti forzati di persone che sono costrette a interrompere percorsi che invece qui sono stati avviati grazie all’impegno di associazioni. Questo non svuotare il carcere ma per farci arrivare ancora più persone”. Infine una considerazione: “Il nuovo pacchetto sicurezza non finirà che accanirsi sulle persone più fragili”

All’interrogazione ha risposto il Sindaco, Sergio Giordani che si è detto molto scosso da quanto successo e che si è subito messo in contatto la direttrice del Due Palazzi, la dottoressa Maria Gabriella Lusi che ha raccontato fosse sconvolta quanto lui. L’assessore Margherita Colonnello ha ricordato l’importanza dei percorsi attivati in questi anni nel carcere patavino, un patrimonio che va non disperso spiegando l’importanza di attività professionali e di conseguenza delle relazioni umane. 

Poi è stato il momento del Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà di Padova è il prof. Antonio Bincoletto, in carica dal 2021 e che proprio in questi giorni termina il suo mandato. La sua relazione è dettagliata e, seppure pronunciata con toni pacati e senza mai alzare il tono delle sue parole, colpisce per i forti contenuti. “Devo cominciare questa mia relazione, l’ultima del mandato, ricordando quanto accaduto la scorsa settimana nella Casa di reclusione: due suicidi in 36 ore, dopo due anni in cui, pur nel crescendo del fenomeno a livello nazionale, qui da noi non vi erano stati eventi di questo tipo.

Chi ha letto la mia ultima relazione, presentata agli inizi di dicembre, forse non si sarà stupito troppo, perché già allora denunciavo il progressivo deteriorarsi della situazione a causa del sovraffollamento continuo degli istituti”, la premessa di Bincoletto. “Certo dispiace molto rendersi conto che pure da noi, con un patrimonio tanto importante alle spalle e riconoscimenti di eccellenza a livello nazionale, ricomincino a verificarsi eventi così gravi che coinvolgono persone tanto diverse (prima un ultrasettantenne ergastolano dell’alta sicurezza, con un passato di criminalità organizzata e con quasi quarant’anni di carcere scontati, 18 dei quali a Padova; poi un giovane trentatreenne, in media sicurezza, sezione chiusa, con due anni di pena scontati e prossimo a uscire in misura alternativa, padre di un bambino di pochi anni).

Persone che avevano commesso reati molto differenti e che, affidati allo Stato, si trovavano a pagare per i propri errori, ma che, a quanto pare, si sono trovati in circostanze tali da indurli a mettere fine alla propria vita. In attesa delle indagini giudiziarie ci sarebbero molte considerazioni da fare in merito a questi due recenti casi drammatici”, dice ricordando le due tragiche morti di settimana scorsa, facendo leva sulla persona più che sul detenuto. 

“Mi limito solo a notare che le condizioni di sovraffollamento e di aumentata chiusura che caratterizzano pure gli istituti della nostra città, nonché il modus operandi con cui il DAP ha attuato le proprie scelte di dislocazione dei detenuti non hanno certo aiutato a produrre esiti diversi da quelli tragici verificatisi in queste due situazioni. Bisogna essere consapevoli che sì rischia così di mettere in ginocchio una delle realtà carcerarie più virtuose d’Italia, in cui da decenni si lavora per un’applicazione rigorosa di quanto prevede la nostra Costituzione: non solo contenimento ma specialmente accompagnamento e rieducazione, la via maestra per produrre maggior sicurezza sociale”, ricorda Bincoletto.

“Lo so che, specie in questi tempi, non è facile, ma se si vuole costruire una società più sicura bisogna superare l’idea del carcere come “vendetta di stato” e usare sempre più le pene per migliorare gli individui, costruendo consapevolezza, responsabilità e senso della legalità in chi ha commesso dei reati: solo in questo modo il carcere e le pene in generale possono contribuire a creare una società più sicura. L’hanno capito quei paesi nordeuropei che, in questo modo, sono riusciti a ridurre il crimine e si trovano in qualche caso a chiudere delle carceri per convertirle in strutture di utilità sociale (vedi Paesi Bassi).

Noi vediamo purtroppo ancora crescere alcuni reati che creano allarme sociale, mentre calano quelli più pesanti (omicidi), e la risposta è quasi sempre la stessa: aumentare le fattispecie di reato e le pene, intese esclusivamente come carcerazione, come se questo fosse l’unico modo per garantire maggior sicurezza. Percezione diffusa ma non suffragata dai dati, secondo cui oltre il 70% di chi esce dal carcere senza aver fatto significativi percorsi di cambiamento ritorna a delinquere”, fa notare il garante durante la sua relazione al consiglio. “Oltre a piangere i morti, magari con un minuto di raccoglimento, facciamo il possibile per salvaguardare la “vocazione trattamentale” degli istituti padovani e per valorizzare sempre più la nostra esperienza, possibile grazie alla grande risorsa del volontariato e del Terzo settore che opera nel carcere”. Questo il quadro della situazione secondo Bincoletto. 

Essendo giunto all’ultima relazione del suo mandato, fa alcune considerazioni sintetiche e conclusive. La prima: “Sono stato apripista nell’avvio del ruolo di Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale qui a Padova, e nella creazione di un Ufficio dedicato a questo incarico. Questi 5 anni sono stati densi d’impegni e hanno rappresentato per me un’esperienza forte, emotivamente coinvolgente e faticosa ma che meritava d’esser fatta per la ricchezza di rapporti umani che mi ha permesso di coltivare.

Ho conosciuto nei suoi vari aspetti un “mondo a parte”, volutamente ignorato o considerato dai più luogo di reietti verso cui sfogare gli istinti più viscerali e negativi (basta leggere i commenti che nei social accompagnano le notizie sui detenuti), verificando come sia un luogo popolato da un’umanità tormentata ma estremamente varia, non riconducibile agli stereotipi che circolano nell’immaginario collettivo: tante persone portatrici di esperienze che, nel bene e nel male, rispecchiano diversi aspetti della nostra società, e in cui ciascuno di noi in fondo può ritrovare anche una parte di se stesso. Dunque ringrazio quanti hanno riposto fiducia in me nominandomi in questo importante ruolo e consentendomi di entrare in rapporto con tante realtà che prima conoscevo solo superficialmente. In questi anni ho cercato di svolgere al meglio l’incarico e spero di lasciare a chi verrà dopo di me dei percorsi operativi ben avviati”, sottolinea Bincoletto.

Poi la seconda considerazione: “Ho dato importanza anzitutto alla funzione di ascolto delle persone detenute che, affidate in toto allo Stato, spesso chiedono affannosamente aiuto e manifestano le necessità più varie. Nelle mie relazioni annuali potete vedere di cosa si tratta, dalle esigenze più basilari alle più complesse. Ho registrato sistematicamente i colloqui in modo da poter disporre di un archivio e di una memoria ampia e a lungo termine. Da questo ho estrapolato le informazioni necessarie per rendermi conto delle problematiche esistenti, individuare i referenti cui rivolgermi, segnalare le criticità e, quando lo ritenevo opportuno, raccomandare interventi”, dice Bincoletto facendo riferimento al suo metodo di lavoro. “Dunque all’ascolto segue la comunicazione, dimensione essenziale nel ruolo del Garante che dovrebbe fare da ponte fra i diversi soggetti, interni ed esterni all’istituzione, che operano nell’ambito dell’esecuzione penale: si tratta di un mondo complesso i cui ambiti non sempre comunicano in maniera soddisfacente fra di loro, e il rischio che corrono i sistemi di questo tipo è spesso quello della sordità, della chiusura in comparti, dell’autoreferenzialità.

Ho capito presto che spettava al Garante, figura portatrice di uno sguardo esterno e con prerogative importanti, anche il compito di facilitare la comunicazione, contribuendo in tal modo a migliorare il funzionamento del sistema. Questo mi ha indotto a garantire una certa assiduità nella presenza negli istituti, risposte rapide alle richieste di colloquio e segnalazioni sistematiche ai vari referenti: un ruolo inizialmente vissuto da qualcuno con insofferenza ma nel corso del tempo diventato abituale e capace di trovare soluzioni talora anche veloci ad alcuni problemi interni agli Istituti”, precisa. “Ho avuto modo di conoscere tante persone, figure professionali e realtà dentro e fuori dagli istituti: ruoli direttivi, amministrativi, operativi ripartiti fra dirigenza, uffici, comando e polizia penitenziaria, psicologi, educatori, medici e operatori dell’AUSSL, insegnanti, psicologi, mediatori, volontari laici e religiosi, cooperative, magistrati, altri garanti, amministratori locali, regionali, nazionali, di cui ho conosciuto le incombenze e spesso apprezzato la professionalità”. Di lì un suggerimento, un invito, ai rappresentanti istituzionali: “Credo che a tutti, e in particolare agli amministratori servirebbe conoscere di più questa realtà presente nel territorio: chi ci entra almeno una volta poi non può non tenerne conto”. 

La sua esperienza di questi cinque anni gli hanno confermato quanto sia importante che ci sia qualcuno che si occupi di queste questioni: “Raccomando infine di salvaguardare la funzione del Garante e di fare in modo che sia supportata da collaboratori o, quanto meno, come nel mio caso, da volontari e tirocinanti, che hanno dato un contributo importante nella realizzazione dell’opera svolta”.

Infine l’ultima considerazione: “È necessario conoscere le fragilità umane se si vogliono individuare i rimedi e se si vuole creare speranza, cambiamento, vivibilità e sicurezza sociale. Viceversa, il disinteresse, l’ignoranza e la marginalizzazione creano solo rabbia e disperazione da una parte, e alimentano paura e desiderio di vendetta dall’altra, e queste passioni non hanno mai prodotto una società migliore”.