sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Davide D’Attino

Corriere del Veneto, 2 agosto 2026

Non si sa se sarà un maschietto o una femminuccia. E nemmeno chi siano la sua mamma e il suo papà. Ma alla fine non è questo che conta. La notizia, infatti, è che tra qualche mese, all’inizio del 2027, verrà al mondo il primo bimbo concepito all’interno del carcere Due Palazzi di Padova. Un carcere, quello diretto da Maria Gabriella Lusi, che da tempo costituisce un modello a livello nazionale grazie alle tante associazioni di volontariato che vi operano, coinvolgendo centinaia di detenuti (quelli presenti, ad oggi, sono 787, il 53,6% di cittadinanza straniera) in diversi percorsi di reinserimento sociale. Dallo sport alla cucina, passando per il teatro, la musica e lo studio.

Per far sì che, una volta fuori, chi ha sbagliato possa comunque ricominciare. Ed è appunto per merito di una di queste associazioni, Ristretti Orizzonti delle sorelle Ornella e Rossella Favero, che ad ottobre 2025, a fianco dell’area destinata ai colloqui tra i reclusi e i loro familiari, è stata aperta la cosiddetta “stanza dell’affettività”, subito ribattezzata “stanza dell’amore”. Cioè un luogo, disponibile per quattro turni giornalieri da due ore ciascuno, in cui i detenuti (fatta eccezione per quelli soggetti al 41 bis e condannati per reati di violenza di genere) possono riscoprire un po’ di intimità con le loro mogli e compagne. Ebbene, il bimbo che nascerà all’avvio del prossimo anno è il frutto proprio di uno di questi momenti di affetto.

Di amore. Di intimità. Ognuno scelga il termine che preferisce. E se la direttrice Lusi, per rispetto della privacy, non intende rilasciare alcuna dichiarazione (“Confermo, ma non aggiungo altro”), l’assessora padovana al Sociale, Margherita Colonnello, da sempre vicina alla realtà del Due Palazzi, sorride: “Direi che si tratta di una notizia bellissima. D’altronde la stanza dell’affettività, che non è una stanza a luci rosse, è stata istituita proprio con l’obiettivo di evitare l’imbruttimento dei detenuti, facendo invece in modo che possano continuare a coltivare appunto gli affetti che hanno fuori dal carcere”.