di Gabriele Noli
Il Tirreno, 2 aprile 2020
Susanna Barsotti ha avuto come studenti i detenuti del penitenziario di Padova "Vorrei che venissero valorizzate le possibilità di riscatto di chi ha perso la libertà". L'impatto emotivo delle lezioni con classi affatto convenzionali era così forte che ogni volta Susanna Barsotti avvertiva il bisogno di dare forma (scritta) ai propri pensieri. Senza saperlo, stava mettendo nero su bianco A scuola dentro. Perché l'idea di tramutare quelle riflessioni in un libro è maturata più avanti, decisione presa al termine di "un percorso lungo e travagliato".
Necessario partire dal contesto: la casa di reclusione Due Palazzi di Padova. È qui che Susanna ha insegnato italiano, storia e geostoria dal novembre 2017 al giugno 2018: il suo battesimo del fuoco. Lei, viareggina, dopo la laurea triennale in lettere moderne a Pisa, si era trasferita nella città veneta per proseguire gli studi, conseguendo la magistrale in filologia romanza. Voleva mettersi alla prova come docente, per questo si è iscritta in graduatoria, indicando tra le preferenze anche il Cpia (Centro provinciale per l'istruzione degli adulti), che include il carcere maschile Due Palazzi. Dove sarebbe stata assegnata. "Nella lettera di convocazione era chiaramente specificato che nessuno, tra quelli chiamati prima di me, aveva voluto accettare l'incarico".
Lei invece sì, scelta dettata più dall'istinto che dalla consapevolezza, almeno in tale frangente. Sbrigate le pratiche burocratiche e lasciato l'impiego all'Ikea, a 26 anni si è ritrovata proiettata in una situazione mai contemplata, a prendere in fretta confidenza con il fatto che gli alunni sarebbero stati dei detenuti più grandi, in prevalenza stranieri. E che le lezioni si sarebbero tenute sì in un'aula, ma del carcere. "Il primo giorno non avevo portato del materiale, giusto un libro di mia sorella. Volevo che si presentassero, parlassero di sé: nel farlo, mi sono resa conto che si identificavano con la propria colpa".
Susanna è riuscita a stabilire una connessione stabile con quelli studenti. "Io cercavo di rendere le lezioni libere dall'oppressione di chi sa di essere rinchiuso: una specie di evasione mentale. A parte qualcuno che si stufava e tornava in cella, gli altri stavano attenti e mi rispettavano. Con uno di loro ho avviato una corrispondenza epistolare". Si chiama Rocco Varanzano, autore della nota introduttiva del libro (edizioni Divinafollia, 334 pagine) "che non è un romanzo, ma una testimonianza diretta sviluppata sotto forma di riflessioni scritte con spontaneità e anche ingenuità, utili per metabolizzare certe situazioni".
Vi si ritrovano "il lavoro svolto con le mie tre classi, le emozioni, le lacrime, gli aneddoti, le urla, i momenti comici, quelli grotteschi". Uscito (sfortunatamente) in concomitanza con l'emergenza sanitaria ("spero di poterlo presentare presto dal vivo"), A scuola dentro (edizioni Divinafollia) è acquistabile online. "Vorrei che, leggendolo, riflettessero sul problema della libertà negata e riuscissero a dare più valore alle possibilità di riscatto dei detenuti".










