di Enrico Ferro
Il Gazzettino, 31 gennaio 2026
Salvatore Pirruccio, per 13 anni direttore del carcere Due Palazzi. Come sta? “Benissimo, sono in pensione dal 2018”. Ha visto cos’è successo nel carcere di Padova? “No, dal carcere di Padova manco dal 2015, poi ho fatto tre anni al Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria e sono andato in pensione. Quindi non conosco più la situazione di Padova”. Ma ciò che è successo affonda le radici proprio nel 2015. Hanno trasferito i 23 detenuti in massima sicurezza per la chiusura della sezione. E la notte precedente uno di questi si è suicidato. Aveva 74 anni, faceva laboratorio di cucito. Non ha retto lo stress. “Mi dispiace molto”.
Ricorda quella fase?
“Sì, il Dipartimento all’epoca decise di chiudere il reparto per destinarlo in altro modo. Alcuni andarono già all’epoca, altri rimasero. Evidentemente ora hanno deciso di chiuderlo definitivamente”.
Quale fu l’esigenza?
“Non lo dissero a me ma credo volessero utilizzare quell’area per i detenuti comuni”.
C’è chi sostiene che l’attività lavorativa fatta in carcere, per certi versi, entri in conflitto con le esigenze di un regime di massima sicurezza...
“Mah, guardi: potremmo anche considerarla una motivazione ma si tratta sempre di organizzazione. Ci sono luoghi in cui i detenuti comuni e quelli in regime di alta sicurezza prestano le attività lavorative. Basta non mescolarli. Di certo la soluzione non può essere quella di non applicare il trattamento a questi detenuti. La risocializzazione avviene attraverso il lavoro. Sono attività obbligatorie previste dalla Costituzione. E vale per tutti”.
Un detenuto in massima sicurezza può vedere gente estranea al carcere?
“Se il trattamento è in uno stato avanzato e i riscontri sono positivi, si può fare. Generalmente non si fa ma non c’è il divieto. Ora non so io come siano organizzati lì dentro. Bisognerebbe chiedere alla mia collega che dirige il carcere”.
Quindi nel 2015 l’esigenza fu quella di fare spazio?
“Credo di sì, credo che il dipartimento avesse queste intenzioni. Ma sono considerazioni mie, non conosco i loro progetti”.
Semplicemente le dissero che bisognava chiudere quell’ala.
“Bisognava spostare i detenuti, sì”.
Lei ebbe anche qualche problema giudiziario per la riclassificazione dei detenuti.
“Sì, vennero a vedere com’era la situazione. E come si può ben vedere per dieci anni non è cambiato nulla. Poi ovviamente cambiano gli uomini, cambiano le posizioni all’interno dell’amministrazione penitenziaria e vengono presi altri provvedimenti. Ma 10 anni sono tanti eh...”.
Può essere che questo avvenga per la china securitaria del governo?
“La sicurezza non va mai da sola, va sempre insieme al trattamento penitenziario”.
Dunque lei sostiene ancora il modello-Padova per la gestione delle carceri?
“Certo, perché solo così si ottiene ciò che la nostra Costituzione, all’articolo 27 comma terzo, ci impone. Noi abbiamo l’obbligo di rieducare i detenuti”.
I carcerati in regime di massima sicurezza potrebbero essere inseriti con percorsi dedicati solo a loro?
“Si può fare, certo”.
A Padova però ci sono state varie inchieste: in carcere entravano telefonini e droga. Non è che abbia contribuito a questa dismissione?
“Purtroppo queste derive ci sono, non solo a Padova. Io penso che non bisogna scoraggiarsi e che, anzi, dimostrare cosa si fa di buono all’interno delle carceri è sempre la strada giusta”.
Cosa può rappresentare il trasferimento per un detenuto?
“Una persona di 74 anni, anche in un carcere, si regola la vita nel migliore dei modi. Quando poi si cambia questo status c’è chi resiste e altri, i più fragili, che non ce la fanno”.
Ma perché da 2015 così tanto tempo per chiudere la sezione?
“(ride) Non lo so. Bisognerebbe chiederlo a chi c’è adesso”.









