di Manuela Mezzacasa
Ristretti Orizzonti, 17 febbraio 2026
Ma come fanno? Ogni volta che penso a loro, ai “ragazzi” dell’alta sicurezza, mi si presenta una domanda: “Ma come fanno?”, se noi che stiamo “fuori” ci lasciamo prendere dallo sconforto per gli inconvenienti e le frustrazioni quotidiane? Beh, in questi tre anni da quando ho incominciato a entrare nella reclusione di Padova, qualche risposta l’ho avuta. La biblioteca dei Due Palazzi di Padova è un luogo speciale, un corridoio stretto e lungo, zeppo di libri e, a volte, di persone, dove in poco tempo si scambiano libri, consigli, pareri su letture comuni e scrittori più o meno amati, ricordi, racconti: persone che cercano, arrampicandosi con la scaletta o inginocchiandosi per terra, chiedendo a voce alta conferme ai bibliotecari o ai volontari di turno.
Quando scendono loro, quelli dell’alta sicurezza, il primo giovedì del mese e, da qualche tempo, anche il terzo lunedì, prima di tutto ci si guarda e si sorride. Già, perché sono pochi, a volte solo tre o quattro e ci si conosce; dietro lo scambio di battute si osserva il viso per capire come va.
G. L. non c’era l’ultima volta, aveva l’influenza, quindi me lo ricordo dieci giorni prima, contento, nella prospettiva di una mostra delle sue opere; per qualche tempo, mesi fa, alcune erano rimaste esposte sugli scaffali più alti e ne avevamo approfittato per guardarle e analizzarle: i commenti e le spiegazioni di G. costituivano un’opera a parte.
L’ultima volta invece ho parlato a lungo con G. M., l’altro pittore; in comune avevamo l’amore per l’arte e gli animali, sempre presenti nei suoi quadri. Sia lui che G. L., così diversi nello stile e nell’interpretazione, usano il reale come simbolo, quello che dipingono rappresenta qualcos’altro, è così tanto quello che hanno da dire! G. M. è uno dei pochi con cui si può parlare d’arte, perché ne conosce l’evoluzione fino ai giorni nostri, spesso ci siamo scambiati pareri, preferenze, perplessità. Ci siamo dati appuntamento alla casa di accoglienza Piccoli Passi, dove era pronta una mostra dei suoi lavori, in particolare era orgoglioso delle sue sedie dipinte, che mi ha descritto nei minimi particolari, facendomi incuriosire. Inutile dire che la settimana dopo, quando sono andata alla struttura era tutto chiuso, il giorno prima G. e gli altri erano stati “trasferiti”.
F. S. veniva raramente in biblioteca, ma mi aveva cercato per condividere il mio dolore per il suicidio di un ex alunno che avevo ritrovato in carcere; lui qualche tempo prima aveva perso la moglie, per malattia, e non aveva più motivi per continuare a vivere, poi, un po’ alla volta si era ripreso, pensando ai suoi due figli. Qui sulla scrivania ho un delfino portachiavi fatto da lui nel laboratorio di falegnameria.
Un discorso a parte è per C. R., trentasei anni, diciassette in carcere, alcuni in isolamento. Ammetto che all’inizio questo bel ragazzo, sicuro di sé, gentile e molto curato nell’aspetto, mi incuriosiva: poi ho scoperto che amavamo le stesse letture e gli stessi film, era uno dei pochi che conosco ad aver letto “Il mulino di Amleto” di Giorgio de Santillana e Herta von Deckend; lettore onnivoro oltre che studioso (in carcere si è laureato in sociologia e sta tuttora frequentando l’università) ricorda praticamente tutto quello che legge e in questi anni è stato lui a suggerire a me letture e film. Ci siamo scambiati testi e appunti e mi ha commosso il fatto che, prima di essere trasferito, si sia preoccupato di farmi avere i due libri che gli avevo prestato. Lo rivedo mentre, nel corridoio davanti agli ascensori, si gira e mi dice: “Arrivederci, ora vado a casa” e sale al settimo piano.
Certo che mi mancano i miei amici dell’alta sicurezza; mi mancano le battute e i proverbi di G. L., capaci di rimettere in asse la scala dei valori: cosa è più importante? Lui lo insegnava a me. G. M., che ho visto acquistare fiducia e sicurezza, mano a mano che usciva in permesso a visitare mostre e monumenti, lui che due anni fa alla mostra organizzata per gli artisti del carcere in centro a Padova, era totalmente spaesato, fuori per la prima volta dopo decenni di vita dietro le sbarre, commosso nel vedere dei bambini.
Con C. R. ci scriveremo, spero che si riprenda in fretta e non si stanchi di ricominciare ogni volta da zero, la sua strada è lunga. Sono preoccupata sì, per tutti loro, sono del tutto convinta che meritino qualcosa queste persone, non solo disprezzo e oblio.










