di Silvia Quaranta
Il Mattino di Padova, 1 febbraio 2026
“Mio figlio non si è ucciso impiccandosi, è stato ammazzato. Ora voglio giustizia”. L’ipotesi del suicidio per depressione non regge secondo Fiorenza Ponton, madre di Matteo Ghirardello, il detenuto vicentino di 33 anni trovato morto venerdì mattina al carcere Due Palazzi di Padova. La seconda tragedia in tre giorni. Si è immediatamente parlato di un gesto volontario, ma per i familiari c’è stata, quanto meno, una forte istigazione. L’accusa è pesantissima: “Sono più che convinta dice la madre che mio figlio non si sia ucciso impiccandosi, è stato ammazzato oppure è stato istigato al suicidio”. Troppi, per i familiari, i dettagli che non tornano: la madre, in particolare, fa riferimento ad una lettera ricevuta una decina di giorni fa (“Se mi uccidono ti voglio dare le ultime volontà” scriveva Ghirardello), e poi quella richiesta di effettuare un bonifico ad uno sconosciuto. Per quale motivo? L’avvocata del giovane, Letizia de Ponti, parla di debiti e di cattivi rapporti con altri detenuti, recentemente sfociati in un pestaggio violento.
La morte di Ghirardello è un dramma nel dramma, perché nel carcere padovano, solo 36 ore prima, si era tolto la vita un altro uomo: Giovanni Pietro Marinaro, 73 anni, ex boss della ‘ndrangheta di Corigliano. Doveva essere trasferito proprio quel giorno in un’altra casa di reclusione. Una notizia che l’aveva sconvolto, tanto da spingerlo al gesto estremo. Su Ghirardello, invece, gli aspetti poco chiari non mancano: originario di Romano d’Ezzelino (Bassano) aveva un passato costellato di furti e rapine. Ma anche, davanti a sé, buone prospettive per il futuro: parentesi di libertà sempre più lunghe, l’uscita prevista per il 2028, un inserimento in azienda programmato a breve, che gli avrebbe dato l’opportunità di uscire dal carcere già con un buon lavoro. E poi suo figlio, di appena quattro anni, al quale era legatissimo.
Il desiderio di riabbracciare il suo bambino era la motivazione più forte per uscire dal carcere “pulito”, pronto a ripartire da zero. Eppure ultimamente qualcosa era cambiato. Il ragazzo aveva detto chiaramente di temere per la propria vita, perché nei giorni precedenti era stato violentemente picchiato. All’inizio non aveva voluto denunciare per timore, ma poi si era convinto. Era pronto a fare i nomi e a raccontare tutto. Poche ore prima di togliersi la vita, Ghirardello aveva parlato tre volte con il suo legale, che aveva chiesto di farlo trasferire con la massima urgenza. E aveva parlato anche con la madre: “Mi ha chiamata la mattina conferma la donna ed era sereno perché doveva essere trasferito in un altro carcere. Dieci giorni fa aggiunge mio figlio mi ha anche scritto una lettera, diceva “Se mi uccidono ti voglio dare le ultime volontà sulla mia morte, devo dirti dove voglio essere seppellito”.
C’è poi il dettaglio del bonifico ad un conto corrente sconosciuto. “Non grandi cifre, anzi sottolinea l’avvocata de Ponti ma c’è il forte sospetto che i cattivi rapporti con altri detenuti trovassero fondamento in alcuni debiti contratti in carcere”. Al momento la procura ha aperto un fascicolo e nei prossimi giorni la difesa depositerà una memoria, per precisare alcuni fatti utili alle indagini. “Matteo sottolinea la legale non era una persona fragile, sapeva farsi rispettare. Noi, come famiglia e difesa, attendiamo le indagini per capire con esattezza l’orario del decesso e cosa sia accaduto. Posso però dire che non era una persona con istinti suicidi. Non lo era. O è successo qualcosa, oppure c’è stata un’istigazione: la dinamica va assolutamente chiarita”. Sui due suicidi al carcere di Padova sono intervenuti, ieri, anche i Giuristi Democratici: “È ora di mettere fine alla strage dei detenuti. È ora di smetterla di produrre galera e repressione, unica risposta che il governo in carica pare saper dare a ogni problematica sociale”.











