di Pamela Ferlin
Corriere del Veneto, 3 luglio 2025
In 150 lavorano nelle cooperative interne fra pasticceria, call center e manutenzione) e 50 in regime di semilibertà. I progetti di Maria Gabriella Lusi, nuova direttrice del carcere di Padova. Arrivata al Due palazzi di Padova da alcuni mesi, Maria Gabriella Lusi, che di istituti penitenziari ne ha visti tanti e diretti alcuni, l’ultimo a Piacenza, ha accolto la sfida di guidare questa nuova realtà. Ci accoglie puntuali di prima mattina in un ufficio inondato di sole, con una stretta di mano energica quanto il suo sorriso.
Quali sono i progetti che intende mettere a terra durante il suo mandato?
“Prima devo conoscere a fondo questa realtà che sono onorata e orgogliosa di guidare, un carcere è una “organizzazione vivente” che respira, in continuo mutamento, devo conoscere il funzionamento di ogni sua parte. Questa di Padova è una realtà di altissima qualità, la sfida sarà riuscire a implementare il lavoro eccezionale svolto da chi mi ha preceduta e da tutte le componenti che la animano. È anche un bel luogo, un edificio curato e pulito, perché l’ambiente è fondamentale per le persone che lo abitano”.
In questa azione conoscitiva su cosa si sta concentrando?
“Sulle ricorse umane: polizia penitenziaria, professionisti, psicologi e medici, volontari delle realtà esterne che collaborano con l’interno per i progetti di lavoro, con gli insegnati che volgono attività formativa e la Magistratura di Sorveglianza. E vorrei conoscere i detenuti, uno ad uno. Come mi è capitato dl dire a mia figlia la fiducia è alla base di ogni rapporto, nel mio lavoro è ai massimi livelli, senza conoscenza non ci può essere fiducia. Anche per questo le visite delle classi all’Istituto sono una importante occasione per gli studenti di capire cosa c’è dietro i muri e per i detenuti di uscire da mitologie negative”.
Dopo la conoscenza con gli attori della realtà carceraria e ottenuta la fiducia necessaria, cosa intende fare?
“Favorire le condizioni organizzative per assicurare l’obiettivo della risocializzazione. Implementando la formazione scolastica e professionale - di cui sono spesso sprovvisti - e la possibilità di lavorare. Attualmente su 570 ospiti della struttura 110 sono alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, 150 lavorano a turno nelle cooperative che operano internamente (pasticceria, call center, manutenzione) e circa 50lavorano esternamente perché sono in regime di semilibertà. Questi numeri sono già straordinari, ma implementeremo le scuole professionali, la carpenteria, il giardinaggio, i corsi di elettricista e di mulettista. Attività che nella realtà territoriale sono richieste”.
In che modo crede che essere donna possa influire nel lavoro di dirigere un carcere?
“Credo in nessun modo, posso definire il mio modus operandi, basato sulla fiducia che significa credere nell’altro e essere credibili, è un processo incessante, fatto di esperienza precedente e di attese per il futuro. Il reato può essere una scelta di vita o un comportamento indotto dal contesto ambientale da cui si proviene. Vorrei che dopo l’esperienza della detenzione, dopo un tempo apprendimento e costruzione di un’identità nuova, il detenuto possa scegliere di essere un cittadino dignitoso e in condizione di ricominciare”.
Padova ha un reparto importante di detenuti protetti, tra cui in prevalenza sex offender, che atteggiamento verso di loro?
“Come per tutti gli altri: di regola e rispetto. Nel caso dei reati in questione il trattamento segue le direttive ministeriali ed è completamente individualizzato, ogni soggetto segue un percorso psicoeducativo costruito su di sé. Rispettare i detenuti significa anche favorire la libertà dei culti più diversi, durante il Ramadan abbiamo agevolato la consumazione dei pasti ad orari diversi. Ma non prescindo dal principio per cui ad ogni diritto corrisponde un dovere. Il dovere di recepire e non trasgredire la regola fino a quando si tra qui dentro”.
E una volta fuori, la famosa recidiva?
“In un carcere come il Due Palazzi espiare una condanna significa anche risocializzarsi, studiare e imparare un mestiere. Ma soprattutto di capire che la libertà è una responsabilità: i detenuti sono degli adulti. Sta a loro scegliere”.











