di Sara Busato
Corriere del Veneto, 17 maggio 2026
Inaugurazione al Due Palazzi. Le storie dei detenuti: “Così superiamo i pregiudizi”. Al Due Palazzi c’è chi ha imparato l’italiano partendo da una cella e chi, tra trasferimenti e anni di detenzione, ha scelto di iscriversi all’università per ricominciare da sé. Butungu, originario del Congo, ricorda ancora il giorno del suo ingresso in carcere: “Non parlavo una parola di italiano. Per me lo studio è cultura e può superare i pregiudizi”. Oggi è diplomato e frequenta scienze politiche. Alessandro, invece, rivendica con orgoglio un piccolo primato personale: è il primo detenuto dell’ateneo patavino iscritto al corso di laurea in lingue.
Sono storie diverse, accomunate dalla stessa traiettoria: lo studio come possibilità concreta di riscatto e ricostruzione. È su questa traiettoria che si è aperta ieri la cerimonia inaugurale del polo universitario penitenziario della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, alla presenza della direttrice dell’istituto Maria Gabriella Lusi, della rettrice dell’università di Padova Daniela Mapelli, della provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria Rosella Santoro, del prefetto Giuseppe Forlenza e dell’assessora alle politiche educative Cristina Piva.
Nel carcere padovano l’università è diventata molto più di un percorso formativo. Per molti detenuti rappresenta uno spazio di relazione, dignità e prospettiva. “L’università, prima ancora che un’istituzione, è fatta di relazioni - ha sottolineato la rettrice Mapelli -. Voi studenti siete tra quelli che più mi rendono orgogliosa del nostro Ateneo”. Parole accolte con partecipazione dagli studenti, che nello studio trovano un nuovo ritmo quotidiano e la possibilità di immaginare un futuro oltre la pena. “Studiare significa riaprire uno spazio di libertà: la libertà di pensare, comprendere e costruire un futuro diverso”, ha aggiunto la rettrice. Il progetto “Università in carcere” conta oggi sessantacinque studenti detenuti iscritti all’ateneo patavino: quaranta frequentano le lezioni all’interno del Due Palazzi, altri venticinque studiano in esecuzione penale esterna. Attorno a loro opera una rete di ventinove tutor universitari, incaricati di guidare gli iscritti tra esami, materiali didattici e iter burocratici spesso complicati. Gli studenti sono distribuiti su sei diverse scuole dell’ateneo, e il numero è destinato a crescere: per il prossimo anno accademico sono attese una ventina di nuove immatricolazioni. Quella padovana è una realtà ormai inserita in una rete nazionale sempre più ampia di Atenei impegnati a garantire il diritto allo studio anche alle persone detenute.
Un percorso che passa anche dalla Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i Poli universitari penitenziari. “Oggi la rete raccoglie 47 Atenei, presenti in oltre ottanta istituti penitenziari, con 1.850 studenti iscritti e più di 300 tutor coinvolti - sottolinea la professoressa Francesca Vianello, responsabile del coordinamento delle attività -. Negli ultimi cinque anni si sono laureate 55 persone detenute: 43 nei corsi triennali e 12 nelle lauree magistrali”. Padova resta uno dei punti di riferimento di questo modello, oggi in progressiva espansione. Una piccola cittadella del sapere dentro il carcere, con spazi dedicati allo studio, biblioteca e connessione internet controllata. “Il sapere è uno strumento di rigenerazione - ha spiegato la direttrice Lusi -. Aiuta le persone a ricostruire un’identità, a ritrovare relazioni e a immaginare un futuro. La cultura non conosce confini”.
A raccontare il significato più profondo di questo percorso è stato anche il dono consegnato da Marius alla rettrice Mapelli: un uccellino dalle piume colorate costruito pazientemente con migliaia di stuzzicadenti e un tagliaunghie. Nella scultura, il volatile trattiene una figura vestita di nero, impedendole di cadere. “Per me rappresenta l’opportunità di studiare”, racconta. Più che un semplice omaggio, il simbolo concreto di ciò che l’università può diventare anche dentro un carcere: una possibilità di rialzarsi. Qui i libri e le lezioni diventano strumenti per ridefinire la propria identità, superando almeno in parte il confine della detenzione.











