di Enrico Ferro
Il Mattino di Padova*, 13 maggio 2020
Il direttore Claudio Mazzeo racconta l'emergenza sanitaria "Hanno reagito con consapevolezza e ce l'abbiamo fatta". Dopo mille tamponi, una rivolta, dopo aver trascorso notti insonni e consegnato 550 mascherine, oggi posso dirlo: nel carcere di Padova i detenuti sono tutti negativi".
Claudio Mazzeo, direttore del carcere di Padova, indossa la mascherina ma non può nascondere le profonde occhiaie. È felice, commosso, c'è ancora l'adrenalina che scorre. Non sono stati giorni facili, con la bomba sociale che minacciava di esplodere in quella che Erving Goffman definisce istituzione totale: il penitenziario. "Il 21 aprile scorso portiamo in ospedale un detenuto che aveva tentato il suicidio, gli fanno il tampone: positivo. Da quel giorno ho smesso di dormire la notte". Comincia da quell'esito il racconto del direttore, perché è da quel momento che la situazione pericolosa e delicata si fa drammatica. Quel tampone si rivelerà poi un falso positivo ma si saprà solo dopo parecchie settimane.
Un detenuto positivo. Come avete gestito quella notizia?
"L'ho data io personalmente ai detenuti della casa di reclusione. Ho sempre impostato il rapporto sulla trasparenza e così ho fatto anche stavolta".
Come hanno reagito?
"Ovviamente si è diffuso il panico ma con il lavoro di squadra siamo riusciti a limitarlo, a calmarli, a contenere la loro rabbia". Venivate anche da una furiosa protesta. "Sì, l'8 marzo scorso quaranta detenuti del quarto piano si sono barricati in sezione. Hanno messo tutti gli arredi davanti alla cancellata, hanno appiccato il fuoco e iniziato a lanciare qualsiasi cosa. Io mi sono preso un'arancia in testa, il comandante della polizia penitenziaria Carlo Torres un sacco di farina in faccia. Sono state due ore difficili ma, alla fine, li ho convinti a calmarsi".
Avete preso qualche provvedimento nei confronti dei rivoltosi?
"Abbiamo isolato i promotori e li abbiamo trasferiti per motivi di sicurezza".
Torniamo al tampone positivo, quello che poi si è rivelato negativo. Cosa avete fatto nell'immediatezza?
"Lì per lì abbiamo dovuto spostare 50 detenuti".
Com'è possibile il distanziamento sociale in una struttura sovraffollata come il carcere Due Palazzi?
"In Casa di reclusione, a inizio emergenza, c'erano 605 detenuti. Tra chi ha usufruito della licenza, gli scarcerati per fine pena e quelli messi ai domiciliari, siamo scesi a 558. I 60 ergastolani stanno in camera da soli, gli altri sono in stanze da due. Quindi non più di due per ogni cella".
Quali precauzioni avete adottato?
"Innanzitutto quelle base: lavarsi le mani con il sapone più volte, usare il gel igienizzante, evitare abbracci e contatti nelle zone comuni. Poi abbiamo distribuito loro 550 mascherine in tessuto, sono lavabili fino a cento volte. All'inizio è stato difficile, perché non se ne trovavano. Abbiamo ricevuto qualche donazione e per questo ringrazio Comune e Protezione civile".
Come avete fatto a calmare la rabbia?
"Ho concetto alcune elargizioni, come da regolamento disposto dal dipartimento centrale. Possono fare una videochiamata al giorno ai familiari, cosa che prima non potevano fare. Ci sono 14 smart-phone che gli agenti di polizia penitenziaria fanno usare loro, ovviamente sorvegliandoli. È un lavoro molto impegnativo ma serve a tenere calmi gli animi".
Anche per voi inizia la Fase 2. Come funziona in un carcere?
"Bisogna restare in sicurezza garantendo i diritti fondamentali: alla difesa, con collegamenti Skype con gli avvocati, allo studio, riavviando la didattica e anche a professare il culto. Il 18 maggio riprenderanno le messe di don Marco Pozza. È stato una figura chiave in questo difficile momento. Era sempre con me e mi ha dato tanta forza. Ieri (giovedì) poi...".
Cos'è successo?
"Mi ha chiamato Papa Francesco".
E cosa vi siete detti?
"Ci eravamo già visti un mese fa a Roma per la Via Crucis. Quando giovedì mi ha telefonato l'ho
invitato a venire qua a Padova, per una visita al carcere".
Cos'ha risposto?
"Mi ha detto: ma io sono prigioniero. E poi mi ha detto anche: non dimenticate di pregare per me".
Quando ricomincerete con i colloqui dei familiari?
"Ammetto, è un nervo scoperto. Al momento non c'è una data ma quando lo faremo dovremo attuare il distanziamento sociale. Tuttavia, c'è un altro aspetto che mi preme di rimarcare".
Quale?
"Il senso di responsabilità di questi detenuti. Abbiamo spiegato loro il problema e loro hanno capito perfettamente si sono convinti che rimanere isolati sia la cosa migliore in questa fase. Ho detto loro: siete uguali a noi, comportatevi come noi. Hanno capito, con grande maturità".
Anche le attività del carcere di Padova sono ferme?
"La pasticceria della cooperativa Giotto sta riaprendo dopo un periodo di chiusura, il call center non ha mai chiuso e l'altra coop che fa assemblaggi di plastica ha lavorato a fasi alterne. Ora hanno riconvertito una parte della produzione e fanno mascherine lavabili da vendere fuori".
Il lavoro, per i detenuti che hanno la fortuna di averlo, è uno dei pochi punti di contatto con la vita normale. Pensa che ci sia stato un contraccolpo psicologico con questi due mesi di stop?
"Ne risentiranno sicuramente ma è prevalso un sentimento di consapevolezza che li ha portati a capire quanto il momento è critico e delicato. Il primo obiettivo era quello di fronteggiare il virus e posso finalmente dire che ce l'abbiamo fatta, tutti insieme. Ora ci aspetta un'altra fase molto complessa ma è giusto celebrare questo successo collettivo nel modo migliore. Insieme ce l'abbiamo fatta e ce la faremo anche da qui in avanti".
*Articolo pubblicato dal quotidiano il 9 maggio 2020










