L’Osservatore Romano, 24 dicembre 2022
Nel laboratorio “Giotto” del carcere Due Palazzi di Padova. Lo hanno definito il panettone artigianale più “ricercato” d’Italia. Premiato dal Gambero Rosso, acquistato dalle grandi aziende per le strenne natalizie. Negli anni scorsi l’ha ordinato anche Papa Francesco. Si vende in 200 negozi, ma prima di arrivare sugli scaffali deve superare le sbarre e i metal detector del carcere Due Palazzi di Padova. È qui che nel 2005 la cooperativa Work Crossing ha deciso di trasferire il suo laboratorio di alta pasticceria “Giotto”.
Una sfida ambiziosa, tra burocrazia e ostacoli. “Decidemmo di puntare su prodotti di alta qualità”, racconta il presidente Matteo Marchetto. “Abbiamo offerto un lavoro vero ai detenuti, con regolare contratto. La nostra non era un’iniziativa di assistenzialismo, dovevamo stare sul mercato e confrontarci con la concorrenza”.
Oggi cinquanta carcerati, guidati da quattro chef, sfornano torte, biscotti e pasticcini. Si alternano dalle quattro del mattino alle sei di sera. Tra macchinari pulitissimi e citazioni letterarie sui muri, non sembra nemmeno di essere in prigione. Un’esperienza che il capo pasticcere Matteo Concolato non esita a definire “un miracolo”. Varcando le soglie del Due Palazzi è difficile dargli torto. Qui le barriere umane e carcerarie si abbattono. Ci sono ergastolani, uomini condannati a pene lunghissime. Capita che, tra una sac à poche e una spatola, il boss debba apprendere il mestiere da uno scippatore.
“Questo posto è una Babele, arriviamo tutti da storie diverse, ci sforziamo di essere curiosi e impariamo ad accettare chi abbiamo davanti”, conferma Roberto, addetto al confezionamento dei dolci. “L’ozio in cella mi stava lacerando, è la cosa peggiore che possa capitare a un uomo. Adesso quando sono di turno il tempo vola, vorrei fare tutto.
La crema pasticcera e gli imballaggi”. Non è una favola. Le regole sono quelle dell’alta pasticceria. Per lavorare con Giotto si fanno colloqui e valutazioni con gli psicologi. Dopo un periodo di formazione arriva l’assunzione con il contratto collettivo nazionale. La possibilità di imparare un mestiere e mandare soldi a casa. Ma soprattutto l’occasione di ricominciare. Una mezza rivoluzione, se si pensa che il figlio di un condannato ha appeso nella sua cameretta la prima busta paga del papà pasticcere, accanto al poster di Ronaldo.
Un altro detenuto era entrato in laboratorio non sapendo cosa fosse il panettone. Poi, diventato esperto nella preparazione del dolce natalizio, ne ha mandato uno alla sua famiglia in Marocco per mostrare ciò che aveva imparato. A Padova c’è chi, uscito di prigione, ha cominciato a lavorare nella ristorazione e chi ha aperto una pasticceria. Sono le testimonianze di una dignità ritrovata, da cui non si torna indietro. “Tutto nasce da un incontro, dal modo in cui le persone vengono accolte e accompagnate”. Ne è convinto il presidente di Work Crossing, Matteo Marchetto. “Con questa occupazione molti detenuti guardano in faccia il male che hanno fatto e questo è il primo passo per domandarsi se si può vivere diversamente”.
Nell’anno record per i suicidi in carcere, l’esperienza del lavoro dietro le sbarre diventa ancora più importante. Perché, oltre a rieducare, sottrae le persone alla solitudine e alla disperazione. Ma oggi in Italia solo il 4,5 per cento dei detenuti lavora per aziende o cooperative. Una percentuale minima, di cui quasi nessuno si occupa. Eppure basterebbe ascoltare le storie che arrivano da Padova, per provare a invertire la tendenza. Luigi è addetto ai panettoni Giotto. Ha 40 anni e una lunga pena da scontare.
A fine turno racconta: “Avete presente una vecchia macchina che sta per essere demolita? Per me questo lavoro è stata la chiave che ha riacceso l’auto facendomi capire che forse quel catorcio può ancora funzionare. Avevo perso tutto, mi sentivo odiato e senza la forza di guardarmi allo specchio. Cosa campi a fare se nessuno si ricorda nemmeno che esisti? Non mi nascondo: senza il lavoro mi sarei tolto la vita da tanto tempo”.









