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di Edoardo Fioretto

Il Mattino di Padova, 15 giugno 2024

Ex detenuto ha iniziato uno sciopero della fame e della sete: “Non ho casa, non ho un lavoro, non ho più nessuno”. Nel 2012 a Noale uccise la moglie a coltellate. Ha commesso un terribile delitto, ha ucciso la sua compagna, ma ha ammesso le sue colpe e pagato il conto con la Giustizia. E adesso? “E adesso, dopo 12 anni in prigione, non riesco più a riprendere in mano la mia vita. Sono un uomo finito”. Incontriamo quest’uomo smilzo sotto i portici di Palazzo Moroni, lo sguardo spento e le mani tremanti. E ai suoi piedi un cartello con cui informa che fa lo sciopero della fame e della sete.

“Mi chiamo Pashko Gjelaj”, ci racconta quando ci sediamo accanto a lui, “ho 66 anni, vengo dall’Albania e negli ultimi 12 anni sono stato al Due Palazzi per omicidio”. Il suo passato da galeotto non è un segreto - Su una delle borse che tiene strette a sé e che di notte usa come materassi, ha scritto di suo pugno queste parole: “Ex detenuto, sciopero della fame e sete”. Perché dopo essere uscito dal carcere il mese scorso, si è ritrovato in strada, senza nessuno - sostiene - a cui chiedere una mano. Dalla famiglia, chiediamo, non l’aiuta nessuno? “Hanno giurato sulla Bibbia che mi avrebbero disconosciuto e non mi avrebbero mai più rivolto la parola. Perché ho ucciso mia moglie”. Ha gli occhi lucidi. Si schiarisce la voce e prosegue: “L’unico modo per evitare una faida tra famiglie era che io non ne avessi più una. Per mio padre e i miei fratelli non esisto più”.

I fatti risalgono al marzo 2012 - È notte, e in centro a Noale avviene un efferato omicidio. Per gelosia - dirà la Corte d’Assise d’appello - Pashko uccide la moglie in strada con cinque coltellate, quindi la colpisce alla testa con un sasso. La donna, Hana, 46 anni, muore dissanguata in strada. L’uomo ammette di avere perso il controllo e viene condannato a 14 anni di carcere anche per effetto di una perizia che lo valuta semi-infermo mentale. “Per quei 30 secondi in cui ho perso me stesso, ho fatto finire due vite. Quella di mia moglie e la mia”, ci racconta allora Pashko dal marciapiede. Ieri, la mattina di Sant’Antonio, resta fermo lì tutto il giorno. Si muove solo la domenica, per andare a firmare in Questura dei documenti. “Ho l’obbligo di firma, per ragioni di sicurezza. Mi hanno detto che non posso lasciare Padova per il primo anno”, spiega.

Pashko è stato rilasciato il 25 maggio dal Due Palazzi, e per qualche giorno ha cercato di riprendere in mano la sua vita. “Mi avevano dato dei riferimenti per avere aiuto in questi primi passi in libertà”, spiega l’ex detenuto. “Sarei dovuto andare in Psichiatria - aggiunge - per delle visite, ma non riescono a trovarmi un appuntamento. Ho cercato dei posti dove dormire, mi hanno indirizzato a strutture come la Casa a colori, ma non ho il denaro nemmeno per prendere il tram e andare in ospedale a questo punto. Non ho nemmeno un cellulare, userei le cabine telefoniche ma ho girato la città e ho visto che non ce ne sono più”.

Molte cose sono cambiate da quando per Pashko si sono aperte le porte del carcere. “Ovviamente la prima cosa che ho fatto è stata provare a cercare lavoro. Ma ho 66 anni, e dopo 12 in prigione sento che è impossibile”. I parenti a Trebaseleghe non sono raggiungibili. Pashko non ha più i numeri di telefono da tempo, e dal Due Palazzi non hanno mai risposto alle chiamate. Impossibile andare a trovarli, non gli aprirebbero nemmeno la porta. “Lo hanno giurato sulla Bibbia”, ripete l’uomo, “stargli lontano è l’unico modo per evitare spargimenti di sangue”. Oggi il 66enne dice di sentirsi chiuse tutte le porte. “Ho fatto un errore gravissimo, ma oggi fatico a trovare qualcuno che mi voglia o possa dare una mano. Credo di avere pagato il prezzo delle mie azioni. Vorrei solo una seconda opportunità”.