di Luigi Mollo
vanityfair.it, 20 maggio 2024
L’Università di Padova offre la possibilità ai detenuti di potersi laureare, facilitando così il reinserimento nella società “libera”. Ne parla qui Francesca Vianello, coordinatrice delle attività didattiche del Polo universitario nella Casa di reclusione di Padova. La carcerazione lascia delle tracce indelebili sulla pelle dell’anima, non esiste chirurgo che le possa operare. Quando il pesante portone si chiude dietro alle tue spalle, entri in un nuovo mondo, dove il tempo si ferma. Il pensiero non ti abbandona mai, rallenta il respiro, si ha fame di quell’aria che si respirava all’esterno e si cerca di colmare questa fame impegnando ogni battito della giornata in qualsiasi attività che possa farti sentire vivo.
Ed è così che il Polo Universitario della Casa di Reclusione di Padova mi ha salvato e forse ha salvato molti come me dal buio. Ha ricostruito ciò che con le mie mani avevo distrutto. Ma, se la macchia del reato rimarrà per sempre, mi auguro che i giudizi prima o poi non facciano più male. Io, laureando in Scienze Politiche, credo di essere stato salvato dal progetto Università in Carcere UNIPD e dall’incontro con Francesca Vianello, professoressa associata di Sociologia del diritto e della devianza, direttrice del Master in Criminologia critica e sicurezza sociale e coordinatrice delle attività didattiche del Polo universitario nella Casa di reclusione di Padova.
Ed è lei stessa a spiegare questo progetto, che è quanto mai necessario per chi, come me, deve ricostruirsi un futuro. “La convenzione tra l’Università e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria risale al dicembre 2003: all’inizio si trattava fondamentalmente di un’attività di volontariato da parte di nostri docenti, alcuni dei quali in pensione” racconta la professoressa Francesca Vianello, “Iniziammo con due-tre studenti e oggi ne abbiamo oltre sessanta, con corsi di laurea come Giurisprudenza, Psicologia, Agraria ed Economia. Un’iniziativa che nasce per rendere effettivo il diritto all’istruzione come forma di rieducazione e di reinserimento sociale, in teoria garantito a ogni detenuto, ma di fatto quasi impossibile da esercitare. Operazione tutt’altro semplice, quella di organizzare in un luogo di reclusione un vero e proprio ateneo: implica infatti che sia riconosciuto e garantito l’accesso alle strutture per docenti e materiali, formare specifiche commissioni d’esame e di laurea e infine mandare regolarmente tra le sbarre decine di studenti a fare da tutor ai loro colleghi detenuti. Ma sembra essere una necessità: ogni anno riceviamo circa 200 domande per solo una cinquantina di posti disponibili”.
Che ruolo giocano l’istruzione e il lavoro nel percorso penitenziario? Quali sono i punti positivi e cosa invece va migliorato?
“È punto cardinale nel percorso di un detenuto lavorare e formarsi. In questo àmbito, come per altri in Italia c’è grande discrepanza tra realtà e ciò che viene definito a livello normativo, dove in teoria saremmo all’avanguardia. Mancano sicuramente risorse, ma la questione sta anche nella dimensione strutturale del carcere come luogo incentrato sulla propria sicurezza interna. Anche nella Casa di Reclusione di Padova, considerata un modello a livello nazionale, quasi metà della popolazione carceraria non studia, non lavora e non si forma. A frequentare corsi e attività sono sempre le stesse persone, quelle con maggiore capacità di adattamento e di relazione, mentre stranieri, tossicodipendenti e malati psichiatrici fanno grande fatica”.
Continuano anche quest’anno i suicidi: perché in carcere si continua a morire?
“Ogni suicidio nasconde una storia personale: di fatto però in carcere i suicidi sono 17 volte più della media nazionale. A concorrere sono più elementi: certamente si tratta di una popolazione più vulnerabile, che spesso presenta già all’ingresso nella struttura problemi di salute o di dipendenze; incidono poi anche le condizioni in cui si vive. Abbiamo appena superato i 66.000 detenuti: una situazione analoga a quella che nel 2013 aveva portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani. Senza contare la grave carenza di medici, educatori e operatori: vi è un agente di polizia penitenziaria ogni due detenuti, il numero più alto in Europa, e solo un funzionario giuridico pedagogico ogni 100 detenuti, in alcuni istituti appena uno ogni 200. In queste condizioni non è umanamente possibile svolgere un lavoro di osservazione e di cura individuale. Non meno importante delle altre questioni, è che oggi manca anche la speranza. Dopo la condanna della Cedu erano state prospettate riforme importanti: può sembrare un dettaglio ma il clima esterno è essenziale per chi vive costantemente privato della propria libertà. Poi però, come spesso accade, la montagna ha partorito un topolino: tante cose non sono state fatte, per molti versi anzi si è tornati indietro.
Quanto conta anche la formazione del personale carcerario? I recenti episodi di torture e pestaggi fanno pensare…
“Sono vicende dolorose, una brutta pagina delle istituzioni ma teniamo presente che la polizia penitenziaria negli ultimi anni è cambiata: molti agenti oggi sono laureati, oltre che formati e sensibilizzati sia sulla dimensione costituzionale della pena, sia su tipologie di intervento non più rivolte esclusivamente alla sicurezza ma anche ad agevolare il trattamento. Il problema non è tanto l’aspetto punitivo della pena, quanto la sua dimensione degradante: Massimo Pavarini, studioso italiano e certamente uno dei massimi studiosi del mondo delle istituzioni carcerarie diceva che la pena è anzitutto degradazione di status. I processi di infantilizzazione e disculturazione forse sono superabili, ma probabilmente non all’interno di questo tipo di strutture”.
Si può pensare anche a una soluzione diversa dal carcere?
“Certamente. La reclusione, per la sua stessa organizzazione interna e per la continua contrapposizione tra sorveglianti e sorvegliati, è una situazione che produce naturalmente processi come quelli accennati. Da osservatrice dell’associazione Antigone dico che gli istituti dove ci sono più attività e più lavoro sono anche quelli dove gli agenti vivono e lavorano meglio, tra l’altro con meno sindromi da burnout da gestire. Ad ogni modo la carcerazione continua a produrre degradazione sociale: non solo per i detenuti, ma anche per le altre persone che ci lavorano o lo frequentano”.









