Il Mattino di Padova, 17 novembre 2019
Preoccupa l'aumento dei suicidi tra gli appartenenti alle forze di polizia, soprattutto nell'ambito della polizia penitenziaria. Per questo, la Cgil della Funzione pubblica ha organizzato ieri nella Sala delle Edicole un convegno molto seguito e dibattuto, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di guardia di finanza, polizia locale e vigili del fuoco, più avvocati e sociologi.
Tutti hanno riconosciuto che chi si toglie la vita lo fa quasi sempre per una complessa molteplicità di fattori. Gli agenti ma soprattutto gli assistenti sono più a rischio per le oggettive difficili condizioni in cui operano quasi "reclusi tra i reclusi", spesso privi di strumenti di sostegno psicologico, a volte impreparati a gestire situazioni sempre più difficili, per via del continuo aumento della popolazione carceraria straniera (oltre il 40 per cento in Triveneto "e nei loro Paesi gli uomini in divisa significano violenza") e perché il carcere è sempre più una sorta di discarica sociale in cui anche chi vi opera non è preso in giusta considerazione.
Certo, l'avere a disposizione un'arma espone a più rischi: solo il 15% dei suicidi avviene tramite colpi d'arma da fuoco, percentuale che sale al 72,5% tra la polizia penitenziaria. In realtà, il provveditore lombardo del Dap Pietro Buffa ha presentato una ricerca su 40 suicidi dalla quale si evince che le cause principali risiedono nelle lacerazioni familiari ma zero casi riconducibili direttamente alle condizioni di lavoro. "Ci sono molti luoghi comuni incalzanti anche se il carcere può certo accelerare soluzioni finali", ha detto il provveditore del Triveneto Enrico Sbriglia. Rispetto agli altri corpi, è stato posto il tema della polizia locale, armata ma senza una vera preparazione: "Sparare al poligono una volta all'anno non ci aiuta certo ad affrontare le situazioni di strada", è stato sottolineato.










