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di Luca Preziusi


Il Mattino di Padova, 9 marzo 2020

 

La popolazione carceraria sa bene cosa significhi vivere in una "zona rossa". Oggi che il paese è sotto attacco di un virus per molti aspetti ancora oscuro, paradossalmente proprio il penitenziario è considerato un posto sicuro. Sicuro però non vuol dire accogliente.

Il Covid19 ha più difficoltà a trovare la via d'accesso, ma con lutti i ponti levatoi chiusi i detenuti hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita. Al carcere Due Palazzi di Padova ieri è stato montato il tendone della Protezione Civile, dove da oggi verrà svolto un triage a chiunque acceda alla struttura dall'esterno. Da settimane però sono vietate le visite dei familiari e sospese le attività con i volontari (a cui è proibito l'ingresso). Praticamente gli unici contatti con l'esterno per i reclusi.

"Per i detenuti è una situazione molto difficile, ma la stanno vivendo in maniera molto responsabile" racconta Carlo Mazzeo, direttore del Due Palazzi "perché l'idea che fino al 31 marzo non possano avere colloqui con i propri familiari ovviamente li avvilisce. Però sono loro i primi ad essere d'accordo con questo provvedimento, perché temono che il virus possa entrare in carcere. E poi vogliono tutelare le famiglie stesse, che spesso per venirli a trovare partono non proprio da dietro l'angolo". Per ovviare alla privazione degli affetti, il direttore Mazzeo ha deciso di triplicare le telefonate concesse ai detenuti, che da 4 al mese sono passate a 12.

A molti di loro è concessa anche la possibilità di collegarsi via Skype con i propri amici e parenti e di ricevere delle mail attraverso l'associazione Granello di Senape. Sicuramente non basta, perché il tempo passa lentamente, la sensazione di segregazione si moltiplica rispetto a quella che già esiste in tempi di pace, e l'odore dell'abbandono rischia di trasformarsi in dramma per chi vive in una cella. E se fuori sentiamo tutti addosso 1 oppressione di non essere più liberi, figuriamoci dentro il Due Palazzi.

"Incontro spesso i rappresentanti dei detenuti, e pur leggendo nei loro occhi la paura e la tensione, non c'è allarme ma grande senso di responsabilità" sostiene il direttore del carcere "tant'è che prima dell'ultimo decreto io non avevo sospeso i colloqui, ma sono venuti loro stessi poi a chiedermi precauzioni. La stanno vivendo in maniera pesante e noi cerchiamo magari di aumentare un po' le attività sportive per permettere loro di stare un po' di più all'aria aperta. Nei prossimi giorni cercheremo il modo di riprendere qualche attività con i volontari, rispettando ovviamente tutte le norme".

Al Due Palazzi esiste, per esempio, anche l'associazione Pallalpiede, grazie alla quale è stata messa in piedi una squadra di calcio di detenuti che partecipa al campionato di terza categoria. Sospesa però anche quell'attività.

Poi esiste la questione sanitaria. I nuovi decreti governativi impongono di tenere la distanza da un metro l'uno dall'altro, che diventa complicato in una struttura che dovrebbe ospitare 400 detenuti, e invece come la maggior parte dei penitenziari italiani ne accoglie molti di più.

"Rispettano il più possibile le norme igieniche e quelle consigliate, ma alla fine sono più protetti loro che noi all'esterno. Non c'è stato nessun contagio e speriamo non arrivi mai perché sarebbe complicato gestirlo, ma grazie ai nostri medici stiamo garantendo il rispetto di tutte le prassi per evitarlo" assicura Mazzeo.

Anche in carcere quindi bisogna andare avanti. I soggetti sono più deboli però, e l'idea di non avere più la possibilità di portare dentro quel poco che si può, gli affetti, le relazioni e un po' di fiducia, li sta devastando più di quanto non stai facendo fuori il maledetto Covid19.