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di Barbara Todesco

Corriere del Veneto, 9 luglio 2026

Aveva 33 anni. Il suo avvocato: “Aveva paura, una ragione c’era”. Matteo Ghirardello, 33 anni, di Romano, è stato trovato senza vita nel bagno della sua cella del Due Palazzi di Padova, il 30 gennaio. Un decesso, quello del giovane padre recluso in carcere per una lunga serie di furti e rapine, sul quale la procura euganea vuole chiarezza. Il sostituto procuratore Andrea Girlando ha aperto un fascicolo a carico di ignoti. L’ipotesi di reato è l’istigazione al suicidio. La madre dell’uomo, Fiorenza Ponton, e il suo legale Letizia De Ponti non hanno mai creduto al gesto estremo. A spingere la procura a non archiviare il caso, sono stati una serie di dettagli allarmanti sollevati proprio dai familiari della vittima.

Il primo è una lettera scritta alla madre e arrivata alla donna il giorno successivo il decesso. “Se mi uccidono voglio che tu sappia quali sono le mie ultime volontà” aveva scritto il detenuto, dando indicazione sul luogo per la sua sepoltura. E poi ci sono una serie di bonifici da lui richiesti ed effettuati dalla madre ad un conto corrente sconosciuto.

L’ipotesi è che l’uomo potesse aver contratto debiti con alcuni detenuti a Padova. E proprio questi debiti sarebbero all’origine di un pestaggio subito nei giorni precedenti alla sua scomparsa provato anche dalle telecamere interne al carcere. “In un primo momento il mio cliente avrebbe voluto tenere tutto nascosto - ricorda l’avvocato - ma quando il dolore aveva iniziato ad acuirsi ed era stato costretto a chiedere aiuto ai medici aveva deciso di raccontare tutto. Si era convinto a denunciare i suoi aggressori e a fare i loro nomi”. Più volte Ghirardello aveva manifestato al suo avvocato preoccupazioni per la propria incolumità. “Mi aveva detto di avere paura - riferisce la legale - e non era certo una persona che non conosceva l’ambiente del carcere e le sue regole. Se temeva per la sua sicurezza una ragione c’era”. Per questo l’avvocato De Ponti ne aveva richiesto il trasferimento d’urgenza in un altro carcere, che però non è arrivato in tempo.

Per fare luce su quanto realmente accaduto, dunque, la polizia giudiziaria nelle scorse settimane ha effettuato sopralluoghi in carcere e ha ascoltato alcuni detenuti. Sotto la lente degli investigatori sono finiti i compagni di cella della vittima e le persone che condividevano con lui spazi e attività. Decisive, poi, potrebbero rivelarsi le conclusioni dell’autopsia che arriveranno a giorni. La procura aveva chiesto al medico legale di accertare se nel sangue della vittima fossero presenti farmaci o altre sostanze che potessero aver indotto il decesso, verificare se i segni trovati sul corpo fossero compatibili con una morte violenta e soprattutto se Ghirardello non fosse stato appeso nel bagno della cella quando era già privo di vita. L’ipotesi che possa essere stata la depressione a spingere il trentatreenne a farla finita per i parenti non regge: ormai si avvicinava la fine della detenzione e avrebbe iniziato a godere di un regime di semilibertà con l’inserimento lavorativo in un’azienda. Senza contare il legame con il figlio di 4 anni. Ragione sufficiente, sostengono i conoscenti, per non farla finita.