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di Marianna Rotella

La Stampa, 30 settembre 2026

Un rifugio nel carcere di Padova: ecco come i detenuti si occuperanno dei gatti in difficoltà. Si tratta di un progetto pilota, quello portato avanti dall’assessora del Comune di Padova, Margherita Colonnello e l’associazione di volontariato “Granello di Senape”, con il penitenziario “Due Palazzi”; così La Stampa ha avuto il piacere d’intervistare chi si sta occupando di questa nuova esperienza di dialogo, dove detenuti e gatti riscrivono insieme il concetto di libertà, in ogni sua sfaccettatura. Francesca Rapanà, volontaria dell’associazione Granello di Senape e l’assessora Colonnello raccontano di un sogno concreto che prende forma giorno dopo giorno, delineando una realtà competente e strutturata, di un’Italia finalmente pronta per abbracciare una visione delle problematiche territoriali, maggiormente avanguardista e aperta ai cambiamenti.

Due esigenze che si incontrano - Quando abbiamo domandato a Colonnello se l’idea fosse stata studiata sulla base delle necessità penitenziarie, comunali oppure del randagismo, è emerso chiaramente come la politica del Comune di Padova abbia saputo accogliere i differenti piani di lettura, creando una sinergia istituzionale e gestendo le esigenze come un unico nucleo di pensiero. “Il progetto è concreto ed è stato finanziato nella sua parte infrastrutturale, mentre quella gestionale va totalmente immaginata, ma bisogna dare priorità all’infrastruttura, ovviamente; anche se, come tanti progetti, è partito da una visione gestionale.

Da qui, il collegamento con il carcere, il punto di partenza è il seguente: a Padova c’è bisogno di un gattile, perché abbiamo numerose colonie feline, tantissime volontarie che se ne occupano e che ringraziamo, ma un problema rilevante è relativo ai gatti che si ammalano, che non possono stare all’aria aperta e per i quali, però, giustamente non possiamo chiedere alle volontarie di portarsi a casa e di accudire a proprie spese, anche se, di fatto, al momento è ciò che avviene”. Francesca Rapanà, mentre si trova in carcere per gestire le attività dei detenuti, sfama i vari gatti situati in loco: “A Padova ci sono due istituti penitenziari e in entrambi sono presenti delle colonie feline; abbiamo notato che alcune persone detenute hanno mostrato una certa predisposizione alla cura di questi gatti”.

Chi si occupa di colonie feline e randagismo, sa bene, però, che la dinamica è molto più complessa rispetto a ciò che si possa immaginare e, se giacigli per la notte e punti pappa, sono indispensabili; tuttavia non risultano sufficienti nei momenti di criticità, come sottolinea la Colonnello: “Manca un luogo dove portare questi animali nel momento in cui si presenta del malessere, così come manca un luogo per i cuccioli orfani e per quegli improvvisi sequestri di animali che avvengono nel caso di fermi sociali per accumulazione seriale. Perciò, che il Comune avesse bisogno di questo tipo di presidio, era scritto da tempo”.

Francesca sottopone la situazione a una questione etologica fondamentale, però, non dimenticando la natura di alcuni felini, da sempre abituati alla libertà e poco al contatto umano: “I gatti, tutto sommato, stanno abbastanza bene dove sono. Dunque l’idea non è quella di rinchiuderli ma nasce proprio dal pensiero che questi mici si ammalano e lì viene meno la necessità immediata di libertà. Una volta curati, poi, potranno tornare sul loro territorio. Chiaramente si tratterà di uno spazio transitorio, dove non vi dovrà essere un accumulo, bensì ci si dovrà basare su un buon turnover. L’idea è quella di inserire soggetti che siano adottabili, come gatti molto anziani o cuccioli”. Se Margherita e Francesca sembrano essere affiatate e avere una visione comune e lineare; entrambe cercano comunque di creare una rete di consapevolezze e aiuti indispensabili attorno al progetto embrionale.

Etica umana ed etologia felina - Francesca è molto chiara riguardo questo aspetto e tiene a precisare che l’associazione Granello di Senape si occupa di sostegno ai percorsi di reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, ma non ha esperienza rispetto al connubio “animali-detenuti”: “Il mio sogno sarebbe farlo diventare uno spazio innovativo, che possa basarsi anche su delle metodologie, come tutto ciò che riguarda l’etologia felina e a Padova abbiamo delle risorse, tra la Facoltà di Medicina Veterinaria e cliniche molto valide, con dottori altrettanto competenti. Non vogliamo creare il solito gattile con le gabbie, vorremo aiutare questi gatti a verticalizzare, a trovare poi casa, utilizzando in modo proficuo i social network, ad esempio”.

Nulla è lasciato al caso, insomma, eppure, spiega Margherita: “L’innesco con il carcere è avvenuto per una serie di casualità, come spesso nella vita. Dal sogno, si è passati alla parte più pratica, perché i sogni bisogna destrutturarli e ripartire da zero e, quindi, adesso siamo alla parte infrastrutturale; perché, in collaborazione con l’Usl, abbiamo ponderato un’ipotesi riguardo quale tipo di spazio serva a livello di metratura e di servizi presenti.

L’amministrazione comunale ha reperito le risorse, ora siamo nella fase di individuazione dell’area. Una volta fatto questo, si potrà passare alla parte dell’edificazione della struttura, ma ci vorrà un po’ di tempo. Questo tempo ce lo diamo per comprenderne la gestione, nel senso che va trovato un soggetto che conduca il tutto, un accordo con le associazioni di volontariato, con il carcere e così via. Il pretesto è stato il fatto che il carcere spesso è un luogo dove capitano invasioni di gatti e dunque le esigenze si sono semplicemente venute incontro”.

Le idee sono limpide e verranno portate avanti con meticolosità; questo è lampante anche quando domandiamo a Francesca quali saranno i detenuti che entreranno nel rifugio: “Detenuti sia di reati minori che con pene più importanti, basta che venga reputato che in quel momento siano pronti per iniziare a misurarsi gradualmente con l’esterno. Perciò non c’è una valutazione sulla pericolosità del reato, bensì sulla pericolosità attuale, anche perché il luogo individuato è molto vicino al carcere, ma comunque fuori dal muro di cinta; quindi si qualificherebbe come lavoro all’esterno e si dovrà trattare di persone affidabili, anche rispetto alla cura dell’animale. Naturalmente, non verranno mai lasciati da soli, anzi l’ipotesi è che possano accedere anche un percorso di formazione”. Si tratterà, insomma, di uno scambio di competenze tra varie realtà, tutte fortemente motivate e moralmente solide e consolidate, che plasmeranno un modello a cui speriamo si potranno ispirare anche altri Comuni.

Il concetto di libertà - I gatti sono gli animali liberi, indipendenti, autonomi e, al contempo, che detestano le regole, per eccellenza. Spesso si racconta ironicamente di come a dettare legge in casa, non siano gli umani, bensì proprio i felini. L’innesco con un luogo che da sempre è simbolo di deprivazione di libertà e diritti umani, appunto per una pregressa trasgressione delle norme; appare come un paradosso sociale, eppure è proprio dalla libertà che si possono riscrivere le regole per il rientro in società.

Ricordiamo, infatti, che i penitenziari non nascono come strumento meramente punitivo, ma al fine di reintegrare i soggetti detenuti, all’interno di un contesto sociale; soprattutto negli ultimi anni, attraverso i nascenti percorsi di giustizia riparativa. Tuttavia, l’esistenza in carcere riscrive storie, capacità ed emozioni di chi lo abita, tanto che spesso molti detenuti, una volta usciti, non possiedono gli strumenti necessari, al fine di ricostruire una vita al di fuori e il lavoro, sotto questo punto di vista, è un punto di partenza fondamentale.

Margherita pone l’accento proprio su quest’ultimo aspetto: “È emersa da parte del carcere e dei volontari, non soltanto una competenza in quest’ambito, ma anche il suggerimento di provare a ipotizzare uno spazio dove far lavorare i detenuti che fanno fatica a prendere subito un’occupazione, un lavoro vero e proprio. Una sorta di occupazione intermedia, in una struttura del Comune, con animali comunque di facile gestione e ci è sembrata una buona ipotesi”. Eppure, se l’idea appare semplice ed efficace, è la prima volta che qualcuno immagina un simile scenario in Italia, come racconta Francesca: “Avevamo studiato una mappatura in giro per l’Italia, nei vari istituti penitenziari e non avevamo trovato niente del genere, abbiamo notato solo molte colonie feline, ma non un’attività così strutturata che si potesse configurare con un rifugio che dialoga con l’esterno”.

Quando accenniamo ad alcune realtà americane, ormai consolidate da tempo, Francesca, spiega subito la netta differenza con i progetti oltreoceano, toccando uno dei concetti chiave dell’universo penitenziario: “Non opereremo come in America, perché i gatti non entreranno nelle celle del carcere, non sarebbe fare il loro bene. Lo scopo, anzi, è anche quello di avvicinare il carcere alla città; poiché il carcere a Padova, come spesso accade, è periferico, quindi magari persone a cui del carcere importa poco, potrebbero, invece, avvicinarsi al volontariato animalista e, di conseguenza, anche al mondo dei detenuti e scoprire che non si tratta proprio di una bolla”.

Il randagismo, come il mondo penitenziario, sembra risultare una dinamica sociale di fronte alla quale restare ciechi e da cui prendere le distanze, tuttavia, questo non cancella due universi tanto dissimili quanto uguali. Francesca termina l’intervista con una riflessione significativa: “La cura dell’altro è una competenza, un passaggio importante per persone che nella vita hanno dato priorità a sé stesse, dunque curare questi gatti, avrà sicuramente un impatto empatico positivo”. Auguriamo a questo sogno di diventare presto realtà e di poterne ancora scrivere e parlare a lungo.