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di Nicola Boscolo Boscoletto*


Ristretti Orizzonti, 21 dicembre 2021

 

Togliere tutti gli ostacoli che ne impediscono la crescita. Ho letto domenica 19 dicembre, sulla rassegna stampa di Ristretti Orizzonti, i due interventi di Ornella Favero (Direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia) e di Carla Chiappini (Giornalista, responsabile della redazione di Ristretti Orizzonti di Parma). Sottoscrivo tutto, non riprendo niente, vi invito solo, se non li avete già letti, a leggerli.

Ho iniziato ad entrare in carcere nel lontano 1990. Sono migliaia le persone detenute con cui ho condiviso migliaia di giorni e di ore. Giornate intere trascorse gomito a gomito. Eppure, come dice Carla Chiappini, "mi rendo conto che ancora oggi sbaglio quando penso di aver capito tutto", o concordo con Ornella Favero quando richiama l'ineludibile necessità di "Conoscere l'altro dall'interno", ricordando un passaggio del saggio di David Grossman.

Per fortuna che tra di noi ci sono ancora tante persone che continuano ad imparare e a fare nuove esperienze testimoniandoci che c'è sempre qualcosa che ti spiazza e che non avevi tenuto presente. Ecco, con queste persone è proprio uno spettacolo confrontarsi, perché senti l'altro come una risorsa, un bene, non un avversario, non un competitor.

In questi giorni che ci stanno portando al Natale è morto il papà di una persona detenuta che lavora con noi. Nel momento che riserviamo ogni anno per gli auguri di Natale mi si avvicina e mi sussurra nell'orecchio con la voce roca ma carica di dignità: "è dura perdere il papà in carcere". Poco prima avevo chiesto tra le sessanta persone detenute presenti quanti per il Natale avessero la possibilità (perché non basta "essere nei termini", occorre essere autorizzati) di passare alcuni giorni in permesso in famiglia: meno di dieci avevano alzato la mano.

Un'altra persona detenuta con una tristezza ed un dolore indescrivibile mi dice "sento che sto perdendo la mia famiglia, sono stati anche troppo bravi a starmi vicino per ben 24 anni, non c'è più speranza per me, sento che si sta sfasciando tutto". Sono tornato a casa con una grande ferita nel cuore, con un grande senso di impotenza e con una grande tristezza.

Le cose non si sanno solo perché si vedono o perché si sono fatte alcune "gite" in carcere o perché si è studiato e si sono fatte tantissime ricerche. No! Bisogna averne fatto esperienza, bisogna averle condivise sulla propria pelle. Parlarne e basta rischia di lasciare le cose come sono. Se ne parla da troppo tempo (mi viene in mente mentre scrivo di getto queste riflessioni il dialogo che il Ministro della Giustizia Urbano Rattazzi ebbe con San Giovanni Bosco nel 1854), oggi la cosa più urgente è rintracciare e seguire, valorizzare e difendere chi ci può offrire tali esperienze, in tutti gli ambiti e da qualsiasi parte arrivino. Questo vale per tutti i campi, pensate quanto sia fondamentale per i giovani avere dei maestri in grado di trasmettere la loro esperienza, le loro scoperte, anche i propri errori.

Pensate al valore che ha l'esperienza in campo medico, per un giovane che si approccia a diventare medico quanto sia fondamentale per la sua professione avere avuto maestri di grande esperienza e spessore umano (perché il fattore umano è parte integrante di una vera esperienza). Pensate che cosa possono essere un papà ed una mamma per i propri figli, o più in generale gli adulti per i giovani. Questi non sono affascinati da tutti i discorsi che gli vengono rivolti (non fare questo perché è male, non fare quello, fai questo perché è per il tuo bene...), ma se vedono adulti pieni di energia che credono in quello che dicono, e questo si vede solo dall'entusiasmo con cui vivono la loro vita, il loro lavoro, i loro impegni, le loro amicizie.

E potremmo andare avanti con tanti altri esempi in cui l'esperienza, anche carica di errori (indispensabili per progredire), è la più grande possibilità di crescita in ogni campo. Eppure oggi l'esperienza, che fa rima con competenza, è spesso la cosa più tenuta lontana e di cui si ha paura. Non c'è commissione in cui al centro sia messa l'esperienza. Lo spazio dato alla narrazione delle esperienze, quando va bene, è residuale, quasi un contentino. Siamo tante volte in difesa di fronte a chi cerca di esprimere liberamente un pensiero competente, perdendo così la possibilità di imparare o insegnare una cosa nuova.

Come diceva Epitteto "è impossibile per un uomo imparare ciò che crede già di sapere".

Il compito principale di chi ha una responsabilità importante è quello di valorizzare tutte le esperienze positive, difenderle, togliere tutti gli ostacoli che ne impediscono la crescita e la diffusione e farle crescere. Se non si parte da ciò che c'è di positivo e di sperimentato sul campo, quello che accade quasi inevitabilmente (in buona o cattiva fede che si sia) è la difesa del sistema fine a se stessa, la difesa della propria posizione, del proprio prestigio personale.

Ma voglio concludere ritornando al momento degli auguri di Natale, che sabato ci siamo scambiati con quel piccolo manipolo di persone detenute. Anche quest'anno, grazie a loro, il Natale per me e tanti miei collaboratori sarà diverso, mi permetterà di portare nel cuore un pezzettino di ingiusta sofferenza. A loro ho detto che nessuno si deve sentire solo. Ho ricordato che se tutto il mondo si ferma per Natale l'unico motivo è che 2022 anni fa, in un luogo sperduto e sconosciuto, è nato un bambino che ha portato la speranza nel mondo per ogni uomo e per sempre. Gesù ha amato gli uomini, ogni singolo uomo, non se ne è servito, li ha serviti. Amava i malati più dei sani, amava i peccatori e non chi si credeva perfetto, amava i poveri di spirito e non chi si credeva sapiente. Il Natale ci ricorda un fatto che permette a qualunque uomo di porsi una domanda: la vita può avere un senso?

Abbiamo poi ricordato questo secondo anno di pandemia, tutte le difficoltà che abbiamo dovuto attraversare, per alcuni dolorose, che non ci hanno permesso di aver cura di ciascuno di loro come avremmo desiderato.

Ho ricordato poi che nel momento di auguri che abbiamo fatto all'esterno il sabato precedente con tutto il personale della cooperativa, abbiamo ricordato i 18 famigliari che sono mancati nel 2021, in particolare due giovani dipendenti, Leonardo di 29 anni e Denis di 19.

Abbiamo concluso come sempre con un momento di preghiera particolare. In carcere le religioni sono presenti in tutte le loro espressioni, cristiani, mussulmani, buddisti, ecc., anche se molti sono quelli che non credono a niente. Ho invitato tutti a fare un minuto di silenzio in cui ognuno prega colui in cui crede, ho invitato chi non crede a pensare, a parlare con le persone care che non ci sono più, dicendo che io stesso spesso parlo con il mio papà salito in cielo nel 2000. Abbiamo poi concluso con una Ave Maria pensando proprio alla figura della mamma, certi che una mamma non fa mai mancare la sua vicinanza ai suoi figli.

Al termine abbiamo distribuito i doni, un gesto che come sempre accompagna momenti veramente sinceri di gratitudine e commozione. Due giovani detenuti mi avvicinano e fieri, o meglio carichi di dignità e gratitudine, mi dicono "non siamo più quelli di una volta".

Buon Natale.

 

*Presidente della cooperativa Giotto