di Adolfo Scotto di Luzio
Il Mattino, 3 gennaio 2021
Leggere i giornali, leggerne tanti, ogni mattina, è un'esperienza che nonostante tutto è ancora in grado di riservare qualche sorpresa. A Napoli il 31 dicembre cade sotto i colpi di un agguato camorristico un pregiudicato, Ciro Caiafa. Suo figlio, Luigi, diciassette anni, pochi mesi prima era stato ucciso da un poliziotto durante un tentativo di rapina a mano armata (sebbene la pistola sarebbe risultata poi una "replica").
Intorno alla figura di Luigi si è costituito nei mesi successivi alla sua morte un piccolo culto criminale, con tanto di immagine votiva, candele e pellegrinaggi. Ciro Caiafa aveva quarant'anni quando è stato ucciso, viveva in un basso, due stanze, con moglie e altri tre figli, una femmina e due maschi, tredici anni lei, quindici e sette gli altri due. Quando è stato ammazzato con sei colpi di pistola, si stava facendo tatuare una croce sul braccio e il nome del figlio morto.
Era l'una di notte e in casa tutti erano svegli, adulti e bambini, in un mondo in cui si deve immaginare crollata l'intera impalcatura etica del vivere civile, senza regole che non siano quelle della vita marginale e in cui ogni distinzione che presiede alla normale educazione appare del tutto inesistente. Nessuna differenza tra il giorno e la notte, nessuna separazione tra adulti e bambini; alla fine, nessuna vera nozione dell'infanzia e di ciò che le pertiene. In uno spazio vitale così piccolo e soffocante, la vita non può che svolgersi in strada.
In strada è morto Luigi, dalla strada, dalle finestre aperte sulla strada del basso in cui viveva la vittima, è venuto l'assassino di Ciro. Inutile dirlo, i bambini hanno assistito all'esecuzione del padre. Hanno visto la morte e il sangue, senza che niente sia stato loro risparmiato. Nella cronaca che ne ha fatto ieri su Repubblica Conchita Sannino, un tratto in particolare colpisce e che forse può passare inosservato, ma che pure restituisce intera la misura di questo dramma.
L'unica cosa che sappiamo del più piccolo dei bambini è che quando parla lo fa in napoletano. A sette anni. Giustamente Conchita Sannino si chiede cosa ne sarà di questi ragazzi, in una famiglia in cui il padre e il fratello maggiore in circostanze completamente diverse sono morti ammazzati e dove la norma paterna e due zie sono attualmente agli arresti. Evidentemente, non è solo questione di sopravvivenza fisica, ma di educazione.
L'intera sfera della riproduzione sociale di questo nucleo famigliare è investita dal processo della vita criminale e sovvertita nei suoi presupposti fondamentali. In questa storia niente è intatto. Non c'è casa, non c'è famiglia, non c'è scuola. A chi abbia letto di questa vicenda sulle pagine del Mattino, nella cronaca di Leandro Del Gaudio, non dovrebbe essere sfuggita un'altra notizia.
Bastava infatti far scorrere l'occhio nella pagina accanto per leggere nel taglio basso di una cosa che apparentemente non ha niente a che fare con l'episodio di cui ci stiamo occupando, una notizia di libri, da prima pagina della cultura, e che invece intrattiene con l'omicidio di Ciro Caiafa un legame profondo.
È la notizia dell'edizione in un unico volume delle lettere meridionali di Pasquale Villari, in realtà quelle che con questo titolo furono pubblicate nel 1878 e gli iscritti cavouriani inviati alla Perseveranza nel 1861, sotto il titolo forse non proprio adeguato di Mezzogiorno pedagogico. Per Villari, che di scritti pedagogici ne ha consegnati molti alle stampe, le Lettere meridionali erano innanzitutto una riflessione sulla questione sociale in Italia.
Le Lettere si aprivano con uno scritto sulla camorra che era innanzitutto una ricognizione dei luoghi e dei modi di abitare delle classi povere napoletane: dai "fondaci", alle "grotte degli spagari", ai bassi, dove viveva anche la parte meno misera del popolo napoletano, annota Villari, i quali "non solamente sono senza aria e senza luce, ma son tali che spesso per entrarvi si discendono alcuni scalini, onde la malsana umidità".
Napoli si iscriveva allora nella coscienza pubblica del nuovo Stato unitario per mezzo di uno sguardo come questo, tanto acuto quanto indisponibile ad ogni forma di camuffamento della verità. È inutile girarci attorno, ma da molto tempo non vogliamo più vedere queste cose. Abbiamo coltivato per decenni, nelle scienze sociali e nel dibattito storiografico, la convinzione che si trattasse di nient'altro che di un "racconto", di uno dei modi possibili di rappresentare la realtà, funzionale ad una strategia precisa di iscrizione del Mezzogiorno nella nuova compagine politica prodotta dal Risorgimento. Subalterna e disciplinante.
Perché nascesse un Mezzogiorno tutto nuovo era perciò necessario sbarazzarsi innanzitutto di quel racconto. È stata la grande illusione degli anni Novanta. La dismissione del Sud, la sua scomparsa dall'orizzonte politico e civile del paese viene anche da qui. Dall'idea che non ci fosse più alcuna "questione". A pagare il prezzo più alto di questa scomparsa è stata proprio Napoli, l'antica capitale che anche in questo modo dichiarava l'ormai definitiva perdita di qualsiasi rendita di posizione del suo antico monopolio sul Sud continentale.
La questione napoletana che non è certo più quella di Villari (e nemmeno di Francesco Saverio Nitti) resta però tutta intatta dal punto di vista della trasformazione moderna della città. Basta uno squarcio di luce su di un fatto di cronaca per illuminare uno spaccato sociale che nel secondo decennio del ventunesimo secolo mostra come miseria e degrado delle classi popolari, criminalità, tutto si svolga ancora negli stessi luoghi e con gli stessi protagonisti di 150 anni fa.
Napoli resta con tutta la sua urgenza una ferita aperta del nostro paese. Se poi il lettore fosse stato così paziente da leggere anche l'intervista che nella stessa pagina dedicata alla morte di Ciro Caiafa, Daniela De Crescenzo ha fatto ad Angela Iovino, vedova di Maikol Russo ucciso innocente cinque anni fa in un bar di Forcella, ancora una volta il giorno di San Silvestro, avrebbe scoperto una storia diversa, l'altra faccia per così dire, della sopraffazione camorristica.
Una donna che, dopo che le è stato strappato il marito, vive e donne con i figli nella piccola cucina della casa dei genitori. Il figlio per studiare, in questi mesi di didattica a distanza, non ha avuto altro mezzo per collegarsi alle lezioni online che il cellulare di sua nonna. Un disastro, commentava giustamente sua madre. Questo disastro è il nostro.











