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di Fabio Poletti

 

La Stampa, 19 febbraio 2019

 

Bastano 28 pagine in inglese e altre 7 in urdu per far dire al giudice in Pakistan che non ci sono prove, e nemmeno testimoni, per affermare che Sana Cheema, una 25 enne pakistana cresciuta a Brescia, sia stata ammazzata dalla sua famiglia in Pakistan lo scorso aprile.

"A questo riguardo va constatato che il caso preso in esame è senza prove e tutti i fatti e le circostanze discusse non creano un dubbio ragionevole sul caso in esame". Le motivazioni della sentenza sono state consegnate alla nostra ambasciata di Islamabad e via Farnesina sono arrivate alla Procura di Brescia, che si trova ora in un vicolo cieco anche se formalmente c'è un'inchiesta ancora aperta. Aveva già spiegato il procuratore capo Carlo Nocerino: "Senza un trattato bilaterale con il Pakistan è un po' difficile intervenire ma ci proveremo".

I familiari della giovane sono accusati di averla uccisa perché rifiutava le nozze combinate. La difesa della famiglia Il padre, la madre e il fratello di Sana, finiti prima in carcere e poi sotto inchiesta in Pakistan, avevano sventolato il certificato medico in cui si parlava di una morte per cause naturali, dovuta ad uno stato di malessere che Sana provava già mentre era in Italia.

Chi ha fatto l'autopsia in Pakistan, dopo la riesumazione del corpo, alla fine non si sbilancia più di tanto, suggerendo che se la morte per asfissia di Sana non può essere provata, allora tanto vale escluderla. Affermazione molto in linea con quanto dichiarato dal funzionario di polizia che ha condotto le indagini che hanno portato alla sentenza di assoluzione di tutti gli imputati: "È corretto affermare che nessuno degli abitanti del paese sia comparso davanti a me, durante l'inchiesta, per sostenere che la defunta era stata assassinata dalle persone qui presenti".

Le conclusioni sono chiare. Così come sono chiare le deposizioni fotocopia del padre, della madre e del fratello di Sana, che negano tutte le accuse e giurano che mai e poi mai avrebbero anche solo pensato di fare una cosa simile. Ghulam Mustafa, il padre di Sana, è perentorio: "Sono innocente. È una storia falsa, inventata da gente che voleva solo estorcere del danaro a me e alla mia famiglia. Io stesso le ho acquistato il biglietto per rimandarla in Italia, come suggerito dal suo medico per le condizioni di salute di mia figlia. Non ho mai pensato di ucciderla". Una sentenza che ha già fatto discutere la comunità pachistana e su cui era intervenuto pure il ministro Matteo Salvini: "Che vergogna! Se questa è la "giustizia islamica" c'è da aver paura".