di Patricia Iori
ultimavoce.it, 24 agosto 2025
Una realtà spesso celata tra le mura delle prigioni pakistane è stata recentemente portata alla luce da un nuovo e sconvolgente rapporto. Pubblicato dalla Commissione nazionale Giustizia e Pace (Ncjp), organismo affiliato alla Conferenza Episcopale del Pakistan, il dossier dal titolo “Speranza dietro le sbarre” offre un resoconto dettagliato delle condizioni di vita dei detenuti appartenenti alle minoranze religiose, con un approfondimento sugli abusi contro cristiani e indù all’interno del sistema carcerario pakistano. Il documento denuncia con forza un sistema carcerario permeato da atteggiamenti discriminatori, abusi sistematici e trattamenti differenziati ai danni dei prigionieri non musulmani, che si trovano non solo a scontare una pena privativa della libertà, ma anche a subire quotidianamente umiliazioni e violenze psicologiche legate alla loro appartenenza religiosa.
Esclusione e marginalizzazione: il peso della fede in prigione - In un contesto dove l’identità religiosa è spesso un fattore discriminante, i detenuti cristiani e indù si ritrovano sistematicamente emarginati. Non si tratta solo di atteggiamenti ostili, ma di una vera e propria segregazione operativa: vengono spesso esclusi da programmi educativi, attività riabilitative e opportunità lavorative all’interno delle carceri. Tale esclusione compromette la possibilità di reinserimento sociale, acuendo il senso di isolamento e disperazione.
Il rapporto spiega che le pratiche discriminatorie non sono limitate a comportamenti individuali ma appaiono strutturalmente radicate in numerose strutture detentive del Paese. Le testimonianze raccolte parlano di detenuti costretti a compiti degradanti o assegnati a mansioni fisicamente più faticose, spesso senza alcuna giustificazione, se non quella della loro appartenenza religiosa.
Essere non musulmani in una prigione pakistana equivale spesso a scontare una doppia pena: oltre alla reclusione, infatti, si è sottoposti a una continua pressione sociale e psicologica. Secondo quanto emerge dal dossier della NCJP, molti detenuti cristiani e indù sono oggetto di pregiudizi diffusi sia da parte del personale penitenziario che dei compagni di cella. Le offese verbali, gli insulti e le minacce sono all’ordine del giorno. In alcuni casi documentati, i detenuti appartenenti alle minoranze religiose sono stati anche fisicamente aggrediti, senza che vi fosse alcun intervento da parte delle autorità carcerarie. Al contrario, la denuncia di abusi può addirittura peggiorare la loro condizione, esponendoli a ulteriori ritorsioni.
Il rapporto “Speranza dietro le sbarre” non si limita a denunciare i singoli episodi, ma offre una panoramica impietosa del sistema carcerario pakistano nel suo complesso. In particolare, il testo spiega come manchi una reale supervisione dei diritti umani nelle prigioni, specialmente per quanto riguarda i detenuti vulnerabili. La NCJP lancia un appello alle autorità governative affinché vengano istituite commissioni indipendenti di monitoraggio che possano garantire l’equità del trattamento e la protezione dei diritti fondamentali di tutti i detenuti, indipendentemente dalla loro fede.
Nonostante l’articolo 20 della Costituzione pakistana garantisca la libertà religiosa, nella pratica quotidiana questa norma viene frequentemente ignorata. Il rapporto NCJP denuncia il vuoto legislativo e l’assenza di meccanismi di tutela effettivi per i detenuti appartenenti a minoranze. Le stesse autorità giudiziarie, secondo le testimonianze riportate, sarebbero spesso restie ad accogliere denunce di maltrattamenti da parte di detenuti cristiani e indù, contribuendo così al perpetuarsi di un clima d’impunità. In alcuni casi, si parla di ostacoli anche nell’accesso alla rappresentanza legale, con avvocati intimiditi o scoraggiati dall’assumere la difesa di clienti appartenenti a fedi religiose minoritarie.
Il cuore del rapporto è costituito dalle numerose testimonianze raccolte direttamente dai detenuti e dalle loro famiglie. Si tratta di racconti di dolore, paura e solitudine, ma anche di dignità e resistenza. Un ex detenuto cristiano, intervistato dalla NCJP, ha raccontato di essere stato costretto a pulire i bagni della prigione per mesi, un compito riservato esclusivamente ai non musulmani, secondo una prassi non scritta ma ampiamente diffusa. Nonostante il contenuto drammatico del documento, il titolo scelto dalla NCJP - “Speranza dietro le sbarre” - riflette l’intento di non arrendersi alla logica della violenza e della sopraffazione. La Commissione intende infatti promuovere iniziative di dialogo interreligioso e formazione etica all’interno degli istituti penitenziari, oltre a collaborare con organizzazioni internazionali per una riforma del sistema carcerario pakistano. Il rapporto si conclude con una serie di raccomandazioni indirizzate al governo pakistano, agli organismi giudiziari e ai partner internazionali. Tra queste: la creazione di un meccanismo indipendente di sorveglianza carceraria, la formazione del personale in materia di diritti umani e religiosi, e l’introduzione di sanzioni per chi discrimina o maltratta i detenuti in base alla fede.











