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di Malala Yousafzai*

Il Dubbio, 25 settembre 2023

Il generale Zia lanciò una campagna di “islamizzazione” che avrebbe dovuto fare di noi un “vero” paese musulmano: fece leggi che riducevano il valore della testimonianza di una donna. Ho sempre saputo che mio padre aveva qualche problema con le parole. A volte gli si inceppavano e lui ripeteva più e più volte la stessa sillaba come un disco rotto, mentre noi aspettavamo di sentir uscire dalla sua bocca, all’improvviso, la sillaba seguente. Diceva che era come se un muro gli crollasse nella gola. Le “m”, le “p” e le “k” erano come nemici insidiosi acquattati da qualche parte in attesa di farlo inciampare. Io lo prendevo in giro dicendo che una delle ragioni per cui mi chiamava Jani era perché gli risultava più facile che pronunciare “Malala”. La balbuzie era una cosa terribile per un uomo innamorato delle parole e della poesia.

In entrambi i rami della sua famiglia d’origine c’era qualcuno che balbettava. E lui ci soffriva ancora di più perché suo padre aveva una voce simile a uno strumento sublime che poteva far tuonare o danzare le parole a suo piacimento. “Sputala fuori, figliolo!” ruggiva il nonno ogni volta che mio padre si incastrava nel bel mezzo di una frase. Si chiamava Rohul Amin, che significa “spirito onesto” ed è anche il nome santo dell’arcangelo Gabriele. Il nonno era così orgoglioso di quel nome che spesso, presentandosi alle persone, lo accompagnava con il verso di una famosa poesia in cui viene citato. Impaziente di carattere, andava su tutte le furie per un’inezia, come una gallina smarrita o una tazza rotta.

Allora la sua faccia diventava paonazza, gli si gonfiavano le vene del collo e cominciava a scagliare in giro pentole e teiere. Io non ho mai conosciuto mia nonna, ma papà racconta che lei lo prendeva sempre in giro dicendo: “Poiché tu ci saluti sempre così corrucciato, ti auguro che dopo la mia morte Dio ti mandi una moglie che non sorrida mai”. Mia nonna era così preoccupata per la balbuzie di mio padre che da piccolo lo portò addirittura da un santone.

Bisognava fare un lungo viaggio in autobus, poi camminare per più di un’ora in salita, arrampicandosi sulla collina dove viveva il sant’uomo, e per tutto il tragitto suo nipote Fazli Hakim dovette portare mio padre in spalla. Il santone si chiamava Lewano Pir, o “santo dei matti”, perché era famoso per la sua abilità nel calmare gli squilibrati. Quando la nonna e suo nipote furono accompagnati da lui, il santone disse a mio padre di tenere la bocca bene aperta e ci sputò dentro. Poi prese un po’ di gur, la melassa scura fatta con la canna da zucchero, e la masticò, se la tolse dalla bocca e la diede a mia nonna perché gliene desse un po’ ogni giorno. Il trattamento però non risolse il suo problema. Anzi, secondo alcuni la balbuzie peggiorò.

Così quando mio padre, a tredici anni, disse al nonno che avrebbe partecipato a una gara di oratoria in pubblico, lui ne fu sbalordito. “Ma come farai?” gli domandò ridendo. “Ci metti due o tre minuti per completare una sola frase!” “Non preoccuparti”, ribatté papà. “Tu pensa a scrivere il discorso, e io lo imparerò.” Il nonno era famoso per i suoi discorsi. Di mestiere insegnava teologia alla scuola superiore statale del vicino villaggio di Shahpur. Ma svolgeva anche il ruolo di imam alla moschea locale, e i suoi sermoni del venerdì erano così popolari che i fedeli, per ascoltarli, accorrevano a piedi o a dorso di mulo dalle montagne e dai villaggetti circostanti. Mio padre viene da una famiglia numerosa, è nato dopo un fratello molto più grande, Said Ramzan, che io chiamo zio Khan dada, e cinque sorelle. Il loro villaggio, Barkana, era molto primitivo e tutta la famiglia viveva ammucchiata in una sgangherata casetta a un piano con il tetto di fango sostenuto da assi di legno, che faceva acqua ogni volta che pioveva o nevicava. E come in quasi tutte le famiglie, le sue sorelle restavano a casa mentre i maschi andavano a scuola. “Aspettavano semplicemente di maritarsi”, racconta mio padre. Ma le ragazze non si perdevano solo la scuola. Al mattino, mentre mio padre beveva il latte o mangiava la panna, loro ricevevano solo del tè. Se c’erano delle uova, erano riservate ai maschi di casa. Quando per cena si uccideva un pollo, le bambine potevano mangiare solo le ali e il collo, mentre il petto succulento se lo dividevano il nonno, mio padre e i suoi fratelli. “Fin da piccolo ho capito di essere diverso dalle mie sorelle”, racconta papà. Al villaggio, però, per i maschi c’era ben poco da fare. Le dimensioni erano tali che non ci stava nemmeno un campo da cricket, ed era una sola la famiglia con il televisore. Il venerdì i fratelli si intrufolavano nella moschea e, con sguardo adorante, osservavano il nonno salire sul pulpito e predicare all’assemblea per un’ora, con quella voce che a tratti cresceva fino a far tremare le travi del tetto. Era un oratore affascinante. Il nonno aveva studiato in India, dove aveva avuto l’occasione di assistere ai comizi di grandi oratori e leader come Mohammad Ali Jinnah (il fondatore del Pakistan), Jawaharlal Nehru, il Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan, il nostro grande leader pashtun che combatté per l’indipendenza. Baba, come lo chiamavo io, era addirittura stato testimone dello storico momento della liberazione dal colonialismo inglese, alla mezzanotte del 14 agosto 1947.

Aveva poi un apparecchio radiofonico, che mio zio conserva ancora, grazie al quale poteva ascoltare le notizie, così i suoi sermoni erano spesso arricchiti dal commento di eventi mondiali o di fatti storici, oltre che dalle storie del Corano e dagli hadith, i detti del Profeta, Pace e Benedizioni Su di Lui (PBSL). Parlava spesso di politica. Lo Swat era entrato a far parte del Pakistan nel 1969, e molti dei suoi abitanti non ne erano affatto contenti: si lamentavano soprattutto del sistema giudiziario che, a loro dire, era molto più lento e meno efficace delle usanze tradizionali. Mio nonno si scagliava spesso contro il sistema delle classi, il perdurante potere dei khan o il baratro esistente tra ricchi e poveri.

Il mio paese esiste solo da pochi decenni ma purtroppo ha già una lunga storia di colpi di stato militari. Mio papà aveva otto anni quando il generale Zia ul-Haq prese il potere. Fece arrestare il nostro primo ministro eletto, Zulfikar Ali Bhutto, che venne processato per alto tradimento e impiccato nel carcere di Rawalpindi.

Ancora oggi tutti parlano di Ali Bhutto come di un uomo dal grande carisma. Si dice che sia stato il primo leader pakistano a prendersi a cuore i diritti della gente comune pur essendo lui stesso un signore feudale con grandi tenute e piantagioni di mango. La sua esecuzione fu un terribile shock per tutti e mise in cattiva luce il Pakistan di fronte al mondo. Gli Stati Uniti sospesero gli aiuti al nostro paese. Per conquistarsi il sostegno della popolazione, il generale Zia lanciò una campagna di “islamizzazione” che avrebbe dovuto fare di noi un “vero” paese musulmano, con l’esercito come difensore delle frontiere sia geografiche sia ideologiche.

La sua convinzione era che il popolo avrebbe dovuto obbedirgli perché con lui si sarebbero applicati i veri principi dell’Islam. Zia impose a tutti il suo modo di pregare e istituì un salat, ossia un comitato per la preghiera, in ogni distretto, anche nel nostro remoto villaggio, nominando ben centomila, ispettori della preghiera. Prima di allora i mullah erano stati solo delle figure un po’ buffe: mio padre diceva sempre che alle feste di matrimonio non dovevano fare altro che ciondolare un po’ in giro e andarsene presto. Ma sotto Zia divennero molto influenti e venivano continuamente convocati a Islamabad - mio nonno compreso - per essere istruiti su come impostare i loro sermoni. Sotto il regime di Zia la condizione di noi donne pakistane cominciò a comportare sempre più limitazioni. Il nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, diceva sempre: “Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n’è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne”. Il generale Zia varò delle leggi che riducevano il valore della testimonianza di una donna in tribunale alla metà di quella di un uomo. Le nostre prigioni cominciarono a riempirsi di casi come quello di una tredicenne, stuprata e rimasta incinta, condannata al carcere per adulterio perché non aveva potuto produrre a suo favore quattro testimonianze maschili. Una donna non poteva più nemmeno aprire un conto in banca senza il permesso di un uomo. Il nostro paese ha sempre avuto forti squadre di hockey, ma Zia costrinse le giocatrici di hockey a indossare dei pantaloni lunghi e larghi e proibì del tutto alle donne di praticare altri sport. Fu in quell’epoca che furono istituite molte delle nostre scuole religiose, le madrase, e in tutte quante gli studi religiosi, che noi chiamiamo deeniyat, furono sostituiti dall’Islamiyat, ossia dagli studi islamici, e la cosa è tutt’oggi in vigore. I libri di storia furono riscritti per presentare il Pakistan come “fortezza dell’Islam”, come se il nostro paese fosse esistito da sempre e non semplicemente dal 1947, e per denunciare le colpe di induisti ed ebrei. Leggendoli, si potrebbe pensare che abbiamo vinto le tre guerre che abbiamo combattuto e, in realtà, perso contro l’India, il nostro nemico storico.

Poi tutto cambiò ancora quando mio padre aveva dieci anni. Nel dicembre del 1979 i russi invasero il vicino Afghanistan. Il generale Zia accolse tutti i rifugiati afghani che a milioni scappavano oltreconfine. Grandi accampamenti di tende bianche sorsero soprattutto attorno a Peshawar.

Il nostro servizio segreto militare, l’ISI, lanciò un massiccio programma di addestramento per gli uomini reclutati nei campi profughi che volevano diventare mujaheddin, combattenti della resistenza. Sebbene gli afghani abbiano fama di essere valorosi guerrieri, l’ISI si mostrò sprezzante nei loro confronti. Il colonnello Imam, l’ufficiale a capo del programma, si lamentava sempre che cercare di addestrare gli afghani era come provare a “pesare i ranocchi”. Nel clima generale della guerra fredda, l’invasione russa trasformò il nostro dittatore da paria internazionale in paladino della libertà. Gli americani tornarono a essere nostri amici solo perché la Russia a quei tempi era il loro arcinemico, e anche perché qualche mese prima la CIA aveva perso la sua principale base nella nostra regione quando in Iran una rivoluzione aveva rovesciato lo scià. Giunsero parecchie armi, e miliardi di dollari affluirono nelle casse dello stato provenienti dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali, per aiutare l’ISI a addestrare gli afghani contro l’Armata Rossa comunista. Zia fu invitato alla Casa Bianca per incontrare il presidente Ronald Reagan e al 10 di Downing Street per un colloquio con Margaret Thatcher, e tutti lo colmarono di lodi. Il primo ministro Bhutto aveva nominato comandante in capo dell’esercito il generale Zia perché pensava che non fosse molto intelligente e dunque che non costituisse una minaccia. Lo chiamava la sua “scimmia”. Ma Zia si rivelò una persona estremamente astuta, che fece dell’Afghanistan un’area cruciale, non solo per l’Occidente che voleva mettere un freno all’espansione dell’Unione Sovietica e del comunismo, ma anche per i musulmani, dal Sudan al Tagikistan, che lo vedevano come un paese islamico fratello aggredito dagli infedeli. In Afghanistan confluì parecchio denaro da tutto il mondo arabo, soprattutto dall’Arabia Saudita, e molti volontari: fra di essi un milionario saudita di nome Osama bin Laden. I pashtun vivono sparsi fra Pakistan e Afghanistan e non riconoscono fino in fondo il confine di stato tracciato dagli inglesi. Perciò, in questa regione, a tutti ribolliva il sangue per l’invasione sovietica, per motivi sia religiosi sia nazionalisti. Le guide spirituali parlavano spesso dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan nei loro sermoni, condannando gli infedeli russi ed esortando la gente a ribellarsi e a unirsi al jihad, alla lotta, poiché questo era il loro dovere di buoni musulmani. Fu sotto il governo di Zia che il jihad diventò il sesto pilastro della nostra religione, andandosi a sommare ai cinque che tutti imparavamo a conoscere fin da bambini: la fede in un solo Dio; la preghiera cinque volte al giorno (namaz); l’elemosina (zakat); il digiuno dall’alba al tramonto durante il mese di Ramadan; e il pellegrinaggio alla Mecca (haj) che ogni buon musulmano dovrebbe compiere almeno una volta nella vita. Mio padre dice che dalle nostre parti la CIA ha sostenuto l’adesione al jihad. I bambini nei campi dei rifugiati ricevevano persino dei libri scolastici realizzati da un’università americana che insegnavano la matematica usando le armi. Agli studenti erano assegnati problemi come questo: “Se ci sono 10 russi infedeli, e 5 vengono uccisi da un musulmano, quanti ne rimangono?” oppure: “Quanto fa 15 pallottole meno 10 pallottole?”. Alcuni giovani del villaggio di mio padre partirono per l’Afghanistan. Si dice che un giorno un maulana, uno studioso islamico, di nome Sufi Mohammad arrivò nel nostro villaggio e cominciò a parlare con i ragazzi cercando di convincerli a unirsi alla resistenza contro i russi nel nome dell’Islam. Molti accettarono e partirono con lui, armati solo di vecchi fucili, asce e bazooka. Non avevamo idea che qualche anno più tardi quello stesso maulana avrebbe fondato il gruppo dei Talebani dello Swat.

*Estratto del libro “Io sono Malala. La mia battaglia per la libertà e l’istruzione delle donne”. Garzanti editore