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di Errico Novi


Il Dubbio, 22 settembre 2020

 

L'espulsione c'è stata. Definitiva e plebiscitaria. Ma il voto con cui sabato scorso l'assemblea nazionale dell'Anm ha apposto l'ultimo sigillo all'estromissione di Luca Palamara è un atto a cui forse si affidano aspettative esagerate. Come se liberarsi della figura divenuta incarnazione di tutti i traffici sulle nomine possa scacciare via anche un brutto sogno, così sintetizzato dal presidente dell'Associazione magistrati Luca Poniz: "La fiducia che i cittadini nutrono nei nostri confronti è drammaticamente precipitata".

Non è che espellere Palamara dall'organismo di rappresentanza "politica", e poi magari il 16 ottobre dalla magistratura stessa, possa magicamente scogliere il vero nodo. Cioè, sempre per usare le espressioni di Poniz, il "rapporto ormai guasto tra correntismo e carrierismo". È quello il virus che ha trasformato il Csm, e certo non solo Palamara, in un nominificio. Più una dinamica socio- politica che una degenerazione "morale". Eppure la tensione della magistratura sembra tutta rivolta verso l'illusione che, una volta archiviato il proprio ex presidente, il protagonista della cena all'hotel Champagne, si possano ritrovare l'autorevolezza e il peso politico perduti.

C'è da temere che non sia così. E non è un caso se il "momento drammatico" (ancora Poniz) in cui la magistratura si trova ha indotto un analista di gigantesco spessore come Paolo Mieli a notare, sul Corriere della Sera di ieri, la strana "fretta" del Csm nel procedimento disciplinare. Con ordine: sabato l'Anm ha espulso Palamara; il Consiglio superiore ha già messo in moto il turboprocesso dinanzi alla sezione disciplinare in modo da concluderlo il 16 ottobre; martedì 20 ottobre Piercamillo Davigo si congederà dalla magistratura e l'Anm concluderà la propria tre giorni elettorale. Intanto ieri la gip di Perugia Lidia Brutti ha dichiarato ammissibili tutte le oltre 200 intercettazioni via trojan depositate dai pm umbri (ora guidati Raffaele Cantone) nell'ambito del procedimento penale, in cui Palamara è indagato per corruzione.

Una reazione a raffica, così frenetica che, pur di assicurane la rapida conclusione, il Csm per esempio ha accantonato le posizioni di altri ex togati pendenti dinanzi alla sezione disciplinare. Fare presto, espellere Palamara, poi radiarlo, poi magari rinviarlo a giudizio a Perugia. In pratica un sacrificio umano a rate. Sabato Palamara ha ammesso gli errori ma ha detto di non sentirsi "moralmente indegno".

Davvero è degno di un accanimento tanto "mirato"? In attesa che la macchina da guerra disciplinare completi la propria opera, da ieri sappiamo anche che il perito nominato a Perugia per trascrivere le captazioni, incluse quelle con i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti (non prevedibili, quindi non volontarie e perciò bisognose di autorizzazione dalle Camere, per il Tribunale) dovrà depositare tutto il 13 gennaio: altra data da cerchiare.

Ma la batteria punitiva basterà a restituire all'Anm anche forza politica? Poniz e la mozione approvata sabato dall'assemblea hanno detto hanno no al sorteggio per la scelta dei togati e a quello previsto - nella riforma Bonafede - per individuare i componenti delle commissioni Csm. No anche alle sanzioni previste, all'interno della riforma penale, nei confronti di pm e giudici per i ritardi dei processi.

Rivendicazioni pure giuste. Ma che rischiano di non essere sostenute dal diminuito potere contrattuale di cui oggi i magistrati godono nei confronti della politica. Ecco il vero nodo che il "sacrificio" di Palamara potrebbe non bastare a sciogliere. Ecco il senso di quel "momento drammatico". Nella mozione finale c'è anche un lascito al nuovo parlamentino Anm: una "costituente etica e statutaria" per rilanciare l'azione politica. Forse il punto preliminare a ogni "no", e molto più importante dell'esecuzione capitale di un singolo ex presidente Anm.