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di Annalisa Cuzzocrea


La Repubblica, 19 luglio 2021

 

Mario Draghi vuole capire cosa c'è dietro agli slogan. Cosa si nasconde, dietro al gioco al rialzo di Giuseppe Conte sulla riforma della giustizia. Così, nell'incontro di stamattina a Palazzo Chigi - il primo dal rito del passaggio della campanella - il premier inviterà subito il suo predecessore a scoprire le carte.

Il leader in pectore del Movimento dovrà dire se intende essere la guida di un partito che fa convintamente parte del governo, o se ha deciso - per una questione elettorale interna - di mettersi a capo di una forza politica di opposizione. Perché le dichiarazioni di queste ore, una al giorno da quando l'ex presidente del Consiglio ha sconfessato il lavoro dei suoi stessi ministri, non sembrano andare tanto nella prima direzione, quanto nella seconda.

Non si tratta di un'impuntatura, per il premier, ma di un ragionamento preciso: approvare la prima parte della riforma della Giustizia prima della pausa estiva almeno in un ramo del Parlamento significa dare un messaggio all'Europa: l'Italia non rallenta, è capace di rispettare gli impegni presi nei tempi previsti. A settembre, ci sarà ancora da mettere mano alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e a quella del processo civile, sempre con l'assillo dei tempi da rendere più giusti e ragionevoli.

È per questo che ogni intento dilatorio somiglia, per Draghi, a una sorta di boicottaggio. "Il governo è qui per fare le cose, se i partiti non lo mettono più in condizioni di farle, è un problema molto grosso". Questo il ragionamento fatto nell'inner circle del capo del governo. Queste le ragioni che lo porteranno a parlare molto apertamente con Conte. E a interrogarlo con assoluta franchezza.

Se l'obiettivo è apportare al testo dei miglioramenti che garantiscano alle procure di non veder annullati interi processi per reati gravissimi, come sostiene una nutrita parte dei 5 stelle, qualche modifica si può sempre fare. Con un lavoro blindato in aula e in commissione e la promessa di non alimentare tensioni ulteriori. Ma Draghi non ha davanti solo Conte: alla porta c'è Forza Italia, pronta a presentare 50 emendamenti che smantellerebbero gran parte del lavoro fatto.

Per non parlare della Lega, che non vorrà essere da meno. Quindi se anche il Pd - come ha fatto capire Enrico Letta nell'intervista a Repubblica - è pronto a dare una mano, c'è il resto della maggioranza da sedare e convincere. E non è stato facile già la prima volta. Molto, moltissimo, dipenderà dall'atteggiamento del futuro presidente del Movimento 5 stelle. Draghi ha tutto l'interesse a instaurare con lui lo stesso rapporto di collaborazione che ha stabilito con gli altri leader di partito, che finora - davanti al momento delle scelte, anche delle più complicate - non si sono mai messi di traverso. Se potrà fare delle concessioni di merito le farà, se si troverà davanti a un atteggiamento pregiudiziale e ideologico, però, non esiterà ad andare avanti mettendo la fiducia sul testo una volta in aula. E provando a forzare dove la persuasione non sarà arrivata. I ministri M5S hanno finora agito in piena concordanza col governo. Hanno trattato quando c'era da farlo, ma non hanno mai messo in dubbio la permanenza del Movimento in un esecutivo in cui sono entrati convintamente. A costo di perdere pezzi, da Nicola Morra a Barbara Lezzi al Senato. Seguendo la strada indicata alle consultazioni col premier dal loro fondatore Beppe Grillo.

Se Conte vorrà imprimere ai suoi 5 stelle una direzione diversa, nel nome di battaglie storiche da difendere e promesse da mantenere, si vedrà subito, a questo primo tornante. Potrà cercare una mediazione che accontenti una maggioranza tanto ampia da contenere, sulla giustizia e non solo, visioni opposte. O potrà tentare di strappare modifiche talmente grandi da rischiare di costringere il governo a far passare la riforma senza i voti 5 stelle.

"Se accadesse una cosa del genere - dice un ministro grillino ben consapevole della partita - bisogna che tutti capiamo quale sarà l'esito: il governo cadrebbe e ci sarebbe il rischio di andare al voto anticipato". Perché a differenza di Conte, definito ai tempi di Chigi "il temporeggiatore", se c'è una cosa che Draghi non intende concedere ai partiti che hanno scelto di sostenere il suo governo è proprio il tempo.

Tempo per arrivare al semestre bianco e agire con ancor più irrequietezza. Tempo per le loro campagne elettorali e i loro distinguo. "Se non approviamo presto le riforme legate al Pnrr l'Italia andrà incontro a problemi enormi e qualcuno dovrà assumersene la responsabilità". Questa la linea dettata da Draghi solo pochi giorni fa. Quella che oggi chiarirà a Giuseppe Conte, senza mezze misure,