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di Massimo Lorello

La Repubblica, 13 maggio 2023

Tanti detenuti dell’istituto penale minorile di Palermo non avevano il padre, erano figli dei caduti nella guerra di mafia degli anni Ottanta. Sono passati trent’anni da quando varcai per la prima volta l’ingresso dell’Istituto penale minorile di Palermo. Non mi avevano arrestato, semplicemente stavo cominciando il servizio civile che scelsi al posto della leva militare obbligatoria. Nella mia mente scorrevano le immagini del film “Mery per sempre” ed ero certo che avrei trovato adolescenti trattati come scimmie in gabbia e agenti dal facile abuso di potere.

Prima di ogni cosa, superato l’ultimo cancello della sezione, notai l’abbigliamento dei secondini: non erano in divisa, come immaginavo, ma indossavano vestiti borghesi, questo serviva a rendere meno tesi i rapporti con i detenuti. Quanto ai ragazzi, ti venivano sempre in contro per stringerti la mano con lo sguardo spavaldo o con gli occhi bassi. E poi tornavano sul banco della scuola o nella stanza del corso di artigianato o nell’atrio per riprendere la partita di calcio.

Dall’altra parte dell’istituto, educatori, psicologi e assistenti sociali ragionavano sui percorsi educativi da mettere in piedi. Qualcuno lavorava bene, qualcun altro meno ma per ogni ragazzo erano previste periodiche riunioni d’equipe che si concludevano con una relazione scritta (da dattilografo ne riscrissi tante) per definire il da farsi. Usciti dalle stanze della segreteria che puzzavano di fotocopiatrice, gli educatori andavano in sezione per ascoltare i ragazzi.

In tanti erano orfani di padre, erano figli dei caduti nella guerra di mafia degli anni Ottanta, guerra che non si era ancora interrotta. Ad agosto uno dei ragazzi detenuti apprese dal telegiornale che avevano ucciso suo fratello. Urlò, pianse, poi con gli occhi ancora gonfi, iniziò a passare lo straccio nella sua stanza chiedendo di fare altrettanto nelle altre. “Si comporta così perché vuole un permesso per uscire e andare a vendicare il fratello”, mi disse il suo “compare” di detenzione.

Non era certo un collegio, il Malaspina. C’erano i leader e i gregari, c’era chi soffriva il primo arresto sperando che fosse l’ultimo e chi dentro un carcere sembrava esserci nato. E ogni tanto qualcuno scappava approfittando del permesso. Ma per la latitanza servono tanti soldi e nessuno di quei ragazzi ne aveva. Così, nell’arco di un paio di giorni arrivava puntuale la telefonata all’educatore: “Ho fatto una minchiata, sto tornando”.

Di botte tra detenuti ne ho viste pochissime, ma non erano molto differenti da quelle che potevano scambiarsi gli studenti di un liceo. Quell’anno i ragazzi giocarono una partita allo stadio, andarono almeno due volte al cinema e salirono sul palco del Teatro Biondo acclamati dal direttore Roberto Guicciardini. Finita la pena, ognuno di loro andò in contro al proprio destino, in molti continuarono a delinquere. Ma le esperienze positive vissute durante la detenzione sarebbero potute servire per cominciare un’esistenza nuova: per questo sono state vissute. Trent’anni dopo, resta una domanda. Che fine ha fatto quel Malaspina?