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di Salvo Palazzolo

La Repubblica, 11 gennaio 2023

Intervista al presidente del tribunale. “Entro qualche mese negli istituti penitenziari di Palermo ci sarà uno sportello per fare incontrare domanda e offerta di lavoro. È un’iniziativa senza precedenti”, spiega il presidente del tribunale di Palermo, Antonio Balsamo, che di recente ha ripreso una legge del 1975 e ha convocato il Consiglio di aiuto sociale, un istituto che sembrava ormai dimenticato.

“Il reinserimento dei detenuti nella società è possibile, ma è necessario che tutta la comunità se ne faccia carico”, dice al termine di una giornata di lavoro frenetica: “Stamattina, ho presieduto 40 cause di separazione - spiega - riusciamo ormai a fissare le udienze a 21 giorni”.

Nel pomeriggio, fra vari incontri, anche un momento di studio sul nuovo codice di procedura penale: “Una riforma che prevede alcune importanti innovazioni, come l’udienza filtro e il calendario del processo - dice - ma è prevista anche una cosa che mi preoccupa molto: d’ora in poi, per procedere su un sequestro di persona sarà necessaria una querela di parte”.

Cosa la preoccupa in particolare?

“Per i sequestri attuati dalle mafie, le vittime e i loro familiari potrebbero risultare parecchio intimiditi o comunque condizionati. E, dunque, potrebbero non denunciare. È quello che accadde nella prima fase del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia che ha svelato i segreti della strage di Capaci. Se oggi venisse rapito un familiare maggiorenne per indurre al silenzio un collaboratore, il processo contro i responsabili del sequestro non si potrebbe celebrare senza una querela della vittima”.

Con la querela di parte il legislatore ha provato a sfoltire il carico dei processi…

“Per questo tipo di reati serve a poco. A Palermo, abbiamo solo 40 fascicoli per sequestro di persona”.

Parliamo di carcere. Chi fa parte del Consiglio di giustizia sociale?

“Attorno a un tavolo si sono ritrovati i rappresentanti dei datori di lavoro, sindacati, associazioni, l’università, il Comune, la Regione, la Curia, insieme con il tribunale di sorveglianza, il tribunale per i minorenni, l’amministrazione penitenziaria, la prefettura. Un ruolo importante lo sta svolgendo la Camera di commercio per l’istituzione dello sportello”.

Quanto è importante parlare di carcere?

“È fondamentale, per questo ho letto con grande interesse dell’iniziativa di Repubblica. Ho anche aderito all’iniziativa della Camera penale e dell’Università che porterà a Pagliarelli un gruppo di studenti: ascolteranno i detenuti e poi entreranno in dialogo con loro. Un modo per sensibilizzare al tema della risocializzazione, prospettiva che mi sembra più importante rispetto al solo concetto di rieducazione”.

Per quale ragione?

“A livello internazionale si parla di risocializzazione, una dimensione che coinvolge tutta la comunità. E pone anche la questione di ripagare la società del danno compiuto”.

Nel dibattito pubblico si alternano spesso posizioni estreme sul carcere, che vanno dal disinteresse per il tema al senso di sfiducia per il cambiamento…

“Nel corso della mia attività di giudice ha avuto modo di sentire i racconti di chi è cambiato per davvero, penso a Gaspare Spatuzza, uno dei responsabili delle stragi. In questa prospettiva, il Consiglio di aiuto sociale è uno strumento straordinario per ridare speranza”. Come si costruisce il cambiamento? “Il futuro va programmato quando i detenuti sono in carcere. Come dire: “Ti diamo un’opportunità, ma devi impegnarti per questo cambiamento”.

Trent’anni dopo le stragi, quanto le mafie sono ancora un’ipoteca per il cambiamento?

“Come diceva Paolo Borsellino, Cosa nostra tende sempre a porsi come istituzione parallela e alternativa allo Stato. I mafiosi continuano a fare spedizioni punitive, per gestire il territorio. In questa prospettiva, la minaccia di sequestri di persona organizzati dai mafiosi non è peregrina e la necessità di querela per perseguire questi reati potrebbe rappresentare davvero un ostacolo per il cammino della giustizia”.