di Alessia Candito
La Repubblica, 21 luglio 2024
La protesta di quattro detenuti. Uno straniero si è cucito la bocca con il fil di ferro. Il Garante: “Quella sezione del carcere va chiusa”. Quattro detenuti in sciopero della fame, della sete o delle terapie di cui per settimane nessuno, neanche il Tribunale di sorveglianza, ha saputo nulla. Un’intera sezione dell’Ucciardone di Palermo con celle minuscole, di certo più piccole dei nove metri quadrati considerati soglia minima di vivibilità, con un bagno microscopico privo di porta e senza doccia. Sono costrette a viverci almeno due persone per stanza, in larga parte occupata da due brande a castello, e d’estate lì sotto si raggiungono temperature insopportabili.
“Ai detenuti è stato detto che devono provvedere da sé a comprare i ventilatori, ma molti non hanno la possibilità economica. Uno di loro mi ha chiesto: perché ci devono anche torturare? Non basta la pena?”, dice il Garante cittadino per le persone private della libertà personale Pino Apprendi, che per primo ha denunciato la situazione con un’informativa urgente al Garante regionale Santi Consolo e al Tribunale di sorveglianza.
“Particolarmente preoccupante era la situazione di un detenuto straniero - spiega Apprendi - Si è cucito la bocca con il fil di ferro”. Non è stato facile comprendere le motivazioni della sua protesta. Neanche di fronte al Garante ha voluto togliersi quel morso che gli serra le labbra. Un po’ a gesti, un po’ aiutato da un compagno di sezione ha spiegato di essere stato escluso dal ristretti che hanno il permesso di lavorare. “Chiedeva di esporre le proprie ragioni di fronte al magistrato di sorveglianza”. Nei giorni successivi alla denuncia di Apprendi, l’incontro finalmente c’è stato. Ma perché la sua richiesta superasse le mura del carcere ci sono volute settimane, un’ispezione del garante cittadino, seguita a stretto giro da una visita di quello regionale. E non è l’unico grido di aiuto che arriva da quella sezione. Un altro detenuto, a cui restano da scontare non più di 4 o 5 mesi, ha smesso di bere e mangiare perché per settimane è rimasto in attesa dell’esito della richiesta di affidamento in prova al servizio sociale. Una situazione che “merita particolare attenzione - sottolinea nella nota Consolo - proprio per l’insistito proposito di voler fare qualche gesto grave e inconsulto”. Felpata perifrasi per dire suicidio. E non sarebbe stato l’unico a minacciarlo, né ipotesi peregrina per chi è recluso lì: molti soffrono di disturbi psichiatrici anche gravi.
L’intera sezione appare una polveriera. È quella in cui finiscono i detenuti sottoposti a sorveglianza speciale o a provvedimenti disciplinari. “In situazione di grave disagio psichico, senza adeguate cure - osserva Consolo - si può incorrere con frequenza in infrazioni disciplinari o, peggio in commissione di reati che aggravano la durata della pena”.
E in quella sezione, tutto, a partire dalle condizioni in cui sono costretti a vivere, rischia di mettere a dura prova la salute mentale di chi è costretto a starci. Mancata distribuzione dei prodotti igienici, chiusura dei blindo la sera, che rende le celle ancor più soffocanti, mentre anche le ore d’aria sono state ridotte per mancanza di personale. “Quella sezione deve essere chiusa, è indegna di un Paese civile”, tuona Apprendi. Paradosso, poco distante ce n’è una vuota, ma in condizioni assai più dignitose. Peccato non si possa usare perché manca la videosorveglianza. A breve dovrebbero iniziare i lavori, nel frattempo c’è chi sconta la pena in un inferno.










