sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Francesca Landolina

La Sicilia, 3 febbraio 2026

Stefania Galegati ha portato dietro le sbarre della sezione femminile del carcere di Pagliarelli l’arte contemporanea e le espressioni della parola, dalla libera scrittura alla lettura, con i lavori delle partecipanti in mostra fino a marzo. Le parole attraversano lo spazio della Cappella dell’Incoronazione del Museo Riso come tracce leggere ma persistenti. Parole ascoltate, raccolte e restituite nella loro forza evocativa: pace, libertà, solitudine, tempo. Tra queste, alcune affiorano con particolare intensità - “le sbarre vorrei che diventassero di cioccolato, desidero la pace” - impresse su un’opera posta al centro della cappella e riecheggianti nel video della mostra “L’isola deserta e altre storie” di Stefania Galegati, risultato di un ciclo di workshop destinato a un gruppo di donne detenute nel carcere di Pagliarelli.

Com’è nato il progetto e che tipo di interazione si è creata con le donne detenute?

“Il progetto nasce da sette mesi trascorsi a Pagliarelli per lo “Spazio Acrobazie”, un programma che porta l’arte contemporanea dentro le carceri. Sette mesi, ogni giovedì. Per me era fondamentale non “lasciare” il progetto lì, ma portarlo davvero a casa, farlo diventare qualcosa di condiviso. Inizialmente volevo leggere con loro, portare testi, ma soprattutto un’idea: quella dell’isola. Il carcere, in fondo, è già un’isola, separata dal resto del mondo”.

Su cosa avete lavorato?

“Abbiamo provato a ripensare tutto da capo. Ho proposto temi come lo Stato, la scuola, il carcere, l’amore e la famiglia: strutture che diamo per scontate come naturali e immutabili. L’idea era sospendere queste certezze e costruire insieme un immaginario diverso, proiettato nel futuro. Portavo libri ogni settimana, ma più dei testi è nato un legame umano molto forte”.

Che ruolo hanno avuto le parole?

“Le parole, per me, sono centrali. Scrivo da moltissimi anni e la scrittura è sempre stata una pratica costante. Allo stesso tempo mi interessa quando le parole si trasformano. Nel video in mostra ho ripreso le donne mentre lavorano con le mani: le immagini mostrano il fare, ma le parole che si sentono nascono tutte dalle nostre conversazioni. Sono frammenti di esperienze emersi poco a poco, dentro uno spazio di fiducia”.

C’è stato un momento che l’ha colpita?

“Sì. A un certo punto alcune di loro hanno iniziato a raccontarsi davvero, mentre altre mostravano una stanchezza profonda. In quel momento ho chiesto a una di loro di scrivere un testo per la mostra. Successivamente abbiamo fatto arrivare in carcere una scatola di libri di Giuseppina Torregrossa: in due giorni li avevano letti tutti. È avvenuto per puro desiderio”.

E cosa desidera che resti al visitatore?

“Vorrei che chi entra capisse che queste persone esistono e che la mancanza di libertà è una delle cose più dure che possano accadere. Mi piacerebbe che la mostra aprisse una riflessione su un modo diverso di gestire chi sbaglia. Una di loro, Nina, ha detto: “Se il mio carcere fosse su un’isola, forse starei quasi bene”. E poi: “Se avessimo l’ascensore e l’acqua calda, non sarebbe più un carcere, sarebbe un hotel a quattro stelle”. Quella frase, per me, tiene insieme il limite, il desiderio, la contraddizione e una forma di consapevolezza profondissima”.