di Paola Pottino
La Repubblica, 18 maggio 2023
Nello spettacolo della regista Daniela Mangicavallo, le grida di dolore dei carcerati attraverso le lettere scritte durante la pandemia. “Mi sembra di essere all’inferno”. Il grido di dolore lanciato dai detenuti del penitenziario Pagliarelli quando, nel corso della pandemia, la solitudine diventava insostenibile e il migliore antidoto per combatterla era la scrittura. Dalle loro lettere strazianti è nato lo spettacolo “Creatura”, diretto da Daniela Mangiacavallo, andato in scena nel teatro della casa circondariale diretta da Maria Luisa Malato, interpretato dai detenuti-attori della Compagnia Evasioni con i costumi di Roberta Barraja e la partecipazione delle attrici Fabiola Arculeo, Oriana Billeci e Marzia Coniglio.
“Quando è scoppiata la pandemia - racconta la regista - e ci hanno comunicato che ogni contatto con i detenuti sarebbe stato interrotto, avevamo iniziato a lavorare al progetto teatrale. La notizia ci ha preoccupato molto perché il teatro per queste persone significa vita, contatto, emozione. L’unica soluzione era quindi prendere carta e penna e iniziare a scriverci. Dallo scambio epistolare, durato più di un anno, è emerso un mondo infernale nel quale vivevano i detenuti, che più di tutti hanno sofferto la solitudine”.
E sono state proprio quelle lettere, involucri devastanti di paure e ansie, a fare da canovaccio per la drammaturgia di “Creatura”, dove il riferimento all’Inferno è una costante, ma, al contrario del girone dantesco in cui la condanna è eterna, l’inferno vissuto dai detenuti tende verso una strada illuminata di stelle, dove dal dolore si può sempre uscire, anche attraverso l’ironia e il gioco. Ecco perché circensi e acrobati, maghi e burattinai abitano le fantasie dei personaggi rappresentati.
“Di gomma, di acqua, zucchero e farina. Sono dentro ogni rumore, ogni battito, ogni respiro mi avvolge, mi culla e sento che pian piano questo dolce suono trova il suo posto dentro di me. Respiro, aria fresca, argentata”. Avrebbe voluto trasformarsi in acqua, zucchero o farina, l’uomo Argilla, i cui granelli, quasi invisibili, oltrepassano sbarre e confini. Ruotano come automi i teatranti, un coro di voci di anime in pena vestite di stracci e colori. Ecco Ulisse che con il suo grande cappello rosso viaggia nelle acque agitate del mare che lo porta lontano da Itaca. Da chi fugge se non da se stesso?
I colori - Cambiano i colori, le movenze, la musica. Tutto torna a incupirsi “Dove ho sepolto il mio tempo migliore?” “Perché questo fuoco nei tuoi occhi?” “Rimarremo per sempre intrappolati in questo inferno”. Ma la condanna non è eterna grida qualcuno “perchè anche nell’inferno esiste qualcosa di non infernale”. Curato dall’associazione di promozione sociale “Baccanica”, lo spettacolo rientra nel progetto della Fondazione Acri, intitolato “Per Aspera ad Astra” e “finalizzato a portare il teatro in carcere - spiega Mangicavallo - per contribuire al recupero dell’identità personale e alla socializzazione dei detenuti”. Giunto quest’anno alla sua quinta edizione, oggi il progetto vede in rete ben quattordici istituti di pena italiani; capofila con la Compagnia della Fortezza, il carcere di Volterra, dove nel 1994 grazie al regista Armando Punzo è iniziata questa avventura”.\










